Solidarietà partenopea

12 Febbraio 2014 1 commento

E’ stata a lungo un vanto, l’umanità di Napoli, che irrigava e nutriva di sé ogni cosa, l’arte, la cultura, l’estetica. Le relazioni sociali. Incluse quelle criminali. Dove per solidarietà, in realtà, si intende affiliazione. Che a differenza della solidarietà, ha un costo. Ecco, succede a Napoli, la capitale, dopo Roma, di un’altra grande bellezza. Deturpata. Da quel costo che intanto è diventato l’obolo di tutti, il solo che tutti pagano davvero. Soprattutto con il silenzio. La connivenza. La compiacenza. La menzogna.

La solidarietà, quella vera, quella profonda, che sgorga come un rivolo d’acqua fresca dal cuore della bella Napoli, non esiste più. O quasi. L’ha sostituita questa alternativa di più conveniente ispirazione, questo nuovo senso della collettività, che trova perdonabile ogni sistema, incluso il più biasimevole e becero, che consenta di rimediare, per sé e i vari membri della confraternita autoctona, la collettività stessa, stralci risicati a morsi di sopravvivenza. Non contano i piccoli inconvenienti, come fare della quotidianità una serie di stati, atti orientati all’autodifesa (dagli altri che non sono mai diventati altri da sé, dunque da se stessi) che, per esempio, costringe tutti, ma proprio tutti, a muoversi in stato di costante allerta per la città con le borse rigorosamente a tracolla, espediente peraltro vano che aumenta i rischi e minimizza i benefici, facendo sì che, in caso di scippo, si finisca trascinati più crudelmente, per metri e metri (ma si sa, dati i tempi, tra la borsa o la vita, si finisce per dire vita, sospettando che sia la borsa), sempre che non si incappi in un immigrato qualsiasi, magari pure malmesso, non sufficientemente radicato, che, ancora per esempio, ignori certi dettagli scenici della rinomata solidarietà partenopea (della versione aggiornata, intendo).

I rischi, dunque fanno parte del gioco e dentro lo stesso gioco tutti se li passano amorevolmente, insieme ai piccoli frutti, da veri sodali e giocatori ligi, sapendo che se oggi tocca a me, domani, con puntuale probabilità, toccherà a te. E che quel che rubi oggi a me, domani lo ruberò ad un altro che presto o tardi ti raggiungerà e riscuoterà quello che poi, a tua volta, tornerai a riacciuffare, in un giro pacifico e infernale, che ogni tanto fa il morto. Ma fa parte dei rischi. E dei proventi che ne derivano. E’ una lunga e ineffabile turnazione affettuosa, fatta di sottecchi, una tradizione di famiglia allargata, questa tra concittadini d’una città eternamente ferita e mai paga del rigolo di sangue che vien giù dai suoi monumenti belli, le case, i palazzi, la gente tutta. E’ un virtuoso scambio di miserrima miseria, di portafoglio e di cuore, in cui tutti alla fine, hanno entrambi mezzi pieni e mezzi vuoti al contempo (tranne qualcuno). E’ come star dentro un ricatto che non trova soluzione, che lega tutti allo stesso segreto che tutti in realtà sanno senza che ciò infici il carattere di fascinazione che ne deriva. Ma in quanto ricatto, seppure improprio in quanto condiviso, nel quale la distinzione tra il ricattatore e il ricattato, è ambiguo e scivoloso, lega. E lo fa, purtroppo, ancora, in virtù del fatto che in ballo, come è normale che sia quando un ricatto lo si vuol dire tale, c’è la vita. E forse neppure la sua vera opportunità o non quella soltanto. Ma qualcosa d’altro ancora che ha a che fare con una certa sua significatività, o, per meglio dire, onorabilità.

E così, guardando e riguardando le immagini riprese da un video di sorveglianza e diffuse in rete, di quello scippo in quel di Napoli che ha fatto tanto dire di sé, che ormai si sa, lo stupore è d’obbligo di fronte all’ordinario non ancora sufficientemente divulgato, pensavo. Pensavo a questo. A quel calore, a quel senso di appartenenza a un luogo, a un lessico comune, divertito e divertente, ironico e spassionato, che non cedono alle lusinghe né alle angherie che gerarchizzano, violentandola, pure l’anima, insieme alla parola, al gesto, alla cultura stessa che si autoalimenta in uno spazio comune, ma facilitano un passaggio di umori, sapori, guizzi di inventiva fuori dal seminato. E invece, quel che vedo è che fuori dal seminato sopravvive solo il senso del diritto e della legalità. Ed è una sopravvivenza dura, difficile, forse impossibile. Una bella realtà, seppur corrotta, alternativa alla corruzione, non esiste, forse, più. Se non in qualche angolo privato e indispettito che fa di tutto per non farsi notare. Troppo. Eccezioni dovute.

Stringendo più forte la borsa a sé, concittadini premurosi soccorrono in massa lo scippatore ignorando la scippata, rea di aver stretto troppo le stringhe della borsa e di esservisi abbarbicata, piuttosto che mollare e agevolare il ladro. Il ladro, poi, un poveraccio. Un miserevole predatore di polli nel pieno dell’esercizio delle proprie funzioni che, dunque, non andrebbe ostacolato. Non troppo almeno. A farlo, giusto un outsider, ci prova perlomeno, e, dopo aver restituito il maltolto alla sventurata passante, sempre lui, un mendicante, immigrato dall’Africa, non ancora troppo avvezzo agli usi e costumi locali, rincara la dose redarguendo il “mariuolo” e infine, cosa mai vista, gli passa per la testa perfino di trattenerlo, che il gesto è compiuto, il reato commesso, sicché denunciarlo sarebbe il minimo.

Ma tutt’intorno nessuno parla la sua lingua e, si capisce, è straniero. E così stravince senza passare per i punti, la solidarietà infelice degli infelici per gli infelici. Questa forma, forse originaria, di compiacenza perennemente dispiaciuta. Lo slancio servo e servile è dovuto, è praticato, è parte di quell’obolo di cui sopra, è un confortevole convenevole issato a lustro della locale, reciproca convivialità. Chi non lo comprende non può comprendere. Che poi, a ben guardare, il furto, che non è un furto dove si riformula lo stato giuridico delle cose e si trova conveniente sottrarsi vicendevolmente quanto occorra alla propria legittima sussistenza, neppure c’è stato, non è andato a buon fine e il giovane aspirante ladro, non ancora effettivo, per via, almeno nel caso specifico, del fallimento della prova, non si può dirlo, per l’appunto, ladro compiuto. E ancora, e infine, cos’è che rubava, cosa tentava di rubare? Un rolex? Una collana incastonata di pietre preziose e diamanti? Niente affatto, trattavasi di una borsa, piccola, probabilmente sguarnita quanto, si può presumere, la proprietaria stessa, esile e minuta, insaccata in un cappottino anonimo. Come non sentirlo, dunque, salire dal cuore, un impeto naturale a direzionare verso il cercatore abusivo di sopravvivenza, un fraterno senso, quasi eucaristico, di comunione (di intenti? Di destini?)?

Come non solidarizzare con il carnefice, laddove tutti lo sono e tutti lo sono a beneficio di un modo d’essere diffuso e formalizzato nel quale la vittima gioca il ruolo cardine, colpevole, tacitamente in accordo con la sua controparte alla quale, è il caso di dirlo, all’occorrenza scippa il ruolo?

Infine, è risaputo, che se si potesse, in questa valle di piagnistei e sempre meno lacrime, se uno potesse, dovendo arrancare di furto in furto di risicata fattura e pregnanza, uno, se potesse, diamine, se ne avesse le possibilità, altro che borse, rapinerebbe una banca, no? O più banche! O più in alto ancora, potendovi arrivare, dove ci sia modo di affondare le mani in santa pace e nel modo più consono, minimizzando i rischi, aumentando i benefici. E lì sì che sarebbe un eroe vero, e tutti ne avrebbero a fargli festa, stretti intorno in un’orgia grigia di solidale, disumana accondiscendenza.

 

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Lo sguardo possibile su tutto questo, uno è. Si chiama onestà.

8 Novembre 2013 2 commenti

 

Dicono di Venezia che sia bella pur non suscitando il desiderio di viverci. Io lo dico dell’Italia, eccezion fatta per Venezia.

Diceva la Politkovskaja che a volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce ciò che pensa (e vede, puntualizza il bravo Sofri). Ciò, ritengo, è vero nel macrocosmo sociale, come in quello micro familiare, che ne costituisce la struttura. Infatti è noto, o tale dovrebbe essere, che qualora l’individuo fallisca l’obiettivo della propria voce (che, da ultimo, è se stesso) nella miniatura del proprio riferimento di legami significativi, fallirà anche nel quadro di quelli che via, via, fuori da quella, andrà stabilendo. Legami che, virtualmente, non si stabiliranno mai. O che lo faranno in maniera continuamente manchevole. Essendo la relazione la base sulla quale, fin dai primi vagiti, si costruisce quella stessa voce, va da sé che quel che ne risulterà, alla lunga, o alla breve, sarà un suono che da flebile e corposo, ma in senso aleatorio si farà progressivamente debole e morente, in senso incontrovertibile, fino alla sua completa estinzione. Questo quando va bene. Ad andar peggio si resterebbe sospesi, fuori da sé. Cloni di altro, consolati da altrui memorie, pensieri, concetti, inclusi nel proprio involucro vuoto, convinti d’una pienezza inesistente e condannati a vivere, senza che la consapevolezza del proprio dramma raggiunga mai gli strati più profondi dell’anima.

Siamo ancora qui. A dissertare sulle sparate d’un uomo effimero, culturalmente, che è solito, divertire gli amici, i suoi, con barzellette niente scabrose, solo , squallide, ossia, in assonanza di gusto con la poetica del cine-panettone, da lui, corroborato e infervorato, fin dai tempi della sua prima tv commerciale, dal drive-in al primo striscia la notizia, incorniciato da modelli femminili oltre le gambe c’è di più, tipo una buona misura di tette e una provvida imbastitura di pizzo sul culo, tanto per vantarne le velleità celesti. Tali e quali a certe altre amenità, anche di compassato stampo populista, come da un famigerato giorno, nel parlamento europeo (kapò a chi?). Si tratta di ignoranza, null’altro, qualche volta tipica, qualche volta esacerbata, fino alla criminalità, in certi arrampicatori sociali assistiti dalla fortuna del buon dissimulatore. Dalle mie parti usa definirli cafoni arricchiti. Ad andar bene. Quando va benissimo, aricchiti, sì, di quel tanto di contatti, promesse, accordi, contratti, con quanto di più rivoltante, questa nostra povera penisola, conosca, sul piano delle criminalità organizzate. si scende a patti con chi c’è, è chiaro. lì, a gestire il potere. Dunque, poracci accresciuti, materialmente. Soldi a bizzeffe, a determinare ruoli, in un tempo non utile a consolidarne, la misura politica. Culturale. Personale. Chè, a consolidala, tutto scemerebbe.

Tanto stupore per nulla. Come se ci si potesse aspettare altro. Così, improvvisamente. Sarà pur vero che l’ultima, qualche volta a morire, è la speranza. Ma non esageriamo.

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La grande buffonata

2 Ottobre 2013 1 commento

 Il tempo di voltarsi indietro dopo aver annunciato, chi mi ama mi segua. Il tempo di constatare un vuoto inaspettato. Il tempo di annusare, anzitempo, l’odore, anche solo l’odore, dei domiciliari. Il tempo di salutare per sempre l’eventualità di un condono giudiziario (se non è grazia che sia indulto o amnistia). Il tempo di presagire la precarizzazione degli interessi privati, la perdita definitiva di un monitoraggio diretto sulle proprie faccende processuali, presenti, passate, prossime o venture, di immaginare la propaganda elettorale squilibrarsi a proprio sfavore, di assistere alla liberazione degli schiavi, il partito personale smarcarsi dal padrone. Il tempo di entrare in senato mentre il sermone del presidente Letta andava da sé, al di là del presidente Letta stesso, il tempo di orchestrare quel quarto d’ora necessario a far scena, imporre la propria presenza silenziosa ed eloquente, il tempo di auscultare il cuore metallico di un calcolatore che garantisce, ribadendola, di un filo, una fiducia certa, anche senza di lui. Il tempo di farselo arrivare al cervello, dalle parti più basse, quel bruciante anche senza di lui. Il tempo di vedersi calare di fronte, come in un film, la prospettiva di una débâcle personale, politica, giudiziaria (anche in via cautelativa e anticipatoria, ci sono altri processi in ballo), sociale, finanziaria ed economica  e il dietrofront, che per i soliti ingenui e interessati avrà il sapore smaccato di un atto eroico (lo faccio per la patria), è giunto solerte e puntuale, accompagnato dal consueto retrogusto strategico-peracottaro (lo avevo s-fatto per la patria) meno percepibile e percepito. E tutto questo. Il tempo. Per noialtri. Di capire. Che. Solo in un Paese di strategico-peracottari. Si può arrivare a tanto.

E la berluscheide continua.

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Il senso della Marini per la fama

8 Maggio 2013 1 commento

 

La polemica innescata dalla ripresa in diretta televisiva su Rai Uno, a Domenica in, del matrimonio di Valeria Marini è l’ennesimo caso di manipolazione faziosa della, chiamiamola così, notizia, essendo il contenitore che ha curato la messa in onda, di puro intrattenimento, dunque più che adeguato. La verità è che siamo un po’ tutti affetti da ipocrisia congenita e ai pensatori arguti, agli osservatori sinistrorsi, ai navigati esperti della sobrietà magnificata e dell’eleganza di facciata, una tale sciorinata di pacchiana s-facciataggine non è andata giù. Eppure il cattivo gusto sulle reti di Stato ha la sua buona parte quotidiana, specie nei contenitori cosiddetti di servizio. Fasce protette incluse. Ma nessuno se ne cura.

Quanto a me, dispiacere non ne ho sentito, anzi, ho assistito divertita al gaudente starnazzare di giubilo pubblico, una frangia eminente del nostro tessuto sociale che si bea, può essere quanto mai illuminante. Sono anzi contenta che la Marini abbia dato sfoggio di sé in un modo finalmente conforme alla misura della sua vanità, ha così riqualificato se stessa, per chi si fosse distratto. Ho goduto della visione della drammatizzazione circense di un sacramento, Fellini ne avrebbe sorriso compiaciuto, guardando lei, quella sua faccia velata iniettata di silicone, le sopracciglia tirate su, fino quasi all’attaccatura dei capelli, le labbra gonfie, di gomma, fino ad inceppare il sorriso, gli occhi talmente blefaroplasticizzati da costringere le palpebre a fermarsi a metà percorso, avrebbe pensato a certe sue creature cinematografiche, a quel modo che aveva di estremizzare le forme per riferirle ai loro contenuti. Forse sarebbe stato un sorriso amaro. Ma tant’è. Ecco, avrebbe pensato, era fantasia, si è fatta realtà. Era già realtà, ma si è aggiunta a se stessa in un modo talmente esponenziale da farsi, se possibile, ancora più incredula. Di facce così ormai ne troviamo ovunque, fuori pellicola. E quando dentro non per ragioni stilistiche, di genere o allusive. Vedendola, la Marini, imbellettata come neanche la Orfei, che voglio dire, è donna di circo, ho pensato al povero Michael Jackson, che pure lui qualche problema l’aveva con le ragioni del naturale scorrere delle stagioni. Una somiglianza inquietante, perfino nei capelli (il colore non fa testo) costretti a starsene ostinatamente giù, plastificati anche loro da chili di lacca, ad assediare e coprire le estremità del viso, cicatrizzate. Sì, il matrimonio della Marini andava dato in pasto al mondo. Al nostro, piccolo, sciagurato, provinciale. Perché rappresenta e segna un’epoca. Quella intramontabile, di ricchi e sedicenti tali, arricchiti e inorgogliti di sostanze che non resistono al richiamo dell’esibizione, al fare di sé una platea dell’orrido, che provano il piacere dell’ostentare perché il senso del possesso si identifica col puro piacere,  mancando all’appello tutto il resto, incluse le altre forme di piacere. Quello hai, giusto quello. E in abbondanza. Sicché lo mostri. Col fine che nasce già esplicito, di farne un senso. O, ad andarti meglio, un significato, perfino una definizione, di rilevanza sociale. Le vie del potere sono finite. Son quelle, sempre le stesse. Di un certo avere si satura l’essere.

In questo senso la Ivana Trump ha fatto scuola. E infatti era lì, a testimoniare l’attualità di un modello umano e sociale senza tempo. Che, ad estenderlo ed aggiornarlo, si perpetua come sistema. La faccia della Marini, un tempo bellissima, oggi mostruosa, ma non per via degli anni ma per la pavida incapacità di saperli gestire, argomentare, sentire, ovunque, dentro, e poi fuori, sulla pelle, è un fulgido emblema di una decadenza più volte annunciata nel corso del secolo scorso da eminenti e lungimiranti penne. Gli abitini nei quali si va fasciando questa donna di spettacolo che di spettacolare nel curriculum vanta la giusta dose di ovvietà, sono gli stessi che indossava alla fine degli anni ottanta, a vent’anni, la figura, o meglio, la sua proiezione virtuale, pare volersi fissare lì, lasciando alla sistemica del cambiamento tutto il resto, amministrazione dei beni personali, conti in banca, pubbliche relazioni, pubblicitarie interrelazioni. L’abito del matrimonio, quello di una donzella simil-vergine o di una principessa di primo fiore, le stava addosso come un’ape sotto il maglione. Ci sono contrasti e contrasti. Alcuni sorridono all’occhio, altri lo devastano. Esistono cicli vitali. A quarantasei anni come a venti. Diversi. E se a vent’anni, qualche volta, l’eleganza è gratuita, più tardi diventa una conquista. Ma se non si vede, se non si può constatare quando le condizioni sono ottimali, spesso vuol dire che non c’è. E così si mostra all’esterno quello che dentro imperversa. In questo caso il suo opposto.  

Al di là del cerimoniale, goffo, fasullo, pomposo, grottesco, barocco, d’un medio alto borghese avvizzito dalla sua stessa vuota ridondanza, la notizia ferale è che mancava all’appello quel po’ di passionalità, viva o compassata, che si dice essere dell’amore. Che fa coro di bellezza anche laddove mancano i cori. E si è solo in due davanti a un officiante. Ché se ci fosse stato, quel po’ intendo, non si sarebbe forse sentito il bisogno di cotanto messinscenarsi, spavaldo e scadente . Me la ricordo, la Marini, non aveva ancora trent’anni, tutta sussurri e ammiccamenti ma, dietro il personaggio, si sentiva che le idee le aveva ben salde. Dove manca il talento accorre l’ambizione e così, da subito, capì che tutto avrebbe dovuto ruotare intorno alla sua avvenenza. Finanche a quest’ultima, giunta ormai, per sua stessa mano, al tramonto. Ma non per uomini parecchio più attempati. E ben sistemati. Un buon portafoglio, garante di una buona vecchiaia (sorretta del necessario consolatorio, interventi estetici, riparazioni, tirature, tinteggiature …) deve aver da sempre rappresentato nelle sue riflessioni più romantiche, il giusto segno dell’amore profondo. Da Cecchi Gori in poi, col quale, però, non la scampò. Ma è vero, alle volte, che ad insistere, qualcosa alla fine porti a casa,anche se tardivamente e con gli stuzzicadenti da piantare sotto gli occhi, a fine serata. Il prossimo acquisto sarà un figlio. Per non farsi mancare niente e per non dover morire eccessivamente nevrotici.

Infine, la bellezza effimera, offesa o sfumata e vanamente prorogata, l’ha compensata una bestemmia lanciata ad hoc da un ignoto sul sagrato della chiesa, proprio mentre la sposina si accingeva a varcarne la soglia. Una specie di quadratura nel cerchio. Tra l’ironico e il sardonico. Il serio e il faceto. L’imbecille e il disdicevole. Un taglio metaforico auto improntato. Come una chiosa morale priva di moralismo. Mentre, sullo sfondo, come nella scena finale di un film, in dissolvenza, un inviato della rete ammiraglia intervistava una Brigitte Nielsen a tal punto violentata nelle linee del volto, a più riprese stirate, snervate, combattute, da incontrare, nel rispondere, oggettive difficoltà ad articolare le parole. Poverina, biascicava. Un farfugliamento pagato caro.

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Il paradiso può attendere

11 Febbraio 2013 7 commenti

Habebamus papam. Il tempo passa e bisogna far largo ai giovani. Ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità, che poi s’allunga di qualche decennio, pazienza. E’ il popolo che lo vuole. Attendo senza troppa ansia il prossimo papabile, di certo appena brizzolato e di belle speranze. Papa Ratzinger, cheto cheto, tomo tomo, non ha mosso tanto, non si è mosso troppo, non ne ha dette abbastanza, ma quelle poche, cavoli, sono state enormi. Enormità. Che non serve essere neppure ateo per trovarle indigeste. Ma tant’è. Come tutti i prelati che passano di scranno in scranno, in perenne ascesa, Ratzinger è un ambizioso, di quelli di prima qualità, che ambiscono alle pagine dei libri di storia. Quando ha capito che un posto, in quelle, l’avrebbe avuto sì ma di basso profilo, ha deciso di spararne una più grossa delle altre. Così, per sforare e finire anche nel tomo dei guinness dei primati. Dunque si è dimesso. E tutti non potremo che constatare che è il primo a farlo, dopo circa 600 anni. Mica bruscolini.

Intanto non ho potuto fare a meno di andare con il pensiero all’altrettanto vecchio Wojtyla, penultimo compianto papa, che proprio all’età di Ratzinger diede le dimissioni, ma a sua insaputa, morendo. Come vuole la tradizione. Ma il particolare del modo, della morte, lo svelò più di quanto poté durante l’intera sua esistenza.  Wojtyla, a differenza di Ratzinger che è uomo di sudate carte, da dietro le quinte, più intento a tessere le fila della temporalità, intesa come potere che si auto-proclama e incensa, che alla liturgia, più dogmatico che pratico, Wojtyla, dicevo, era uomo di presenza scenica, amava calcare il legno del palcoscenico, aveva carisma e disinvoltura e una certa carica umana, dosata, quest’ultima, che in un uomo di Chiesa non abbia mai ad eccedere. Insomma, faceva proseliti. Che è quello che conta, all’interno di un apparato che ha come unico scopo quello di preservarsi. Ratzinger no. E’ un introverso, un po’ il Mario Monti della situazione. Mentre a Bersani una pacca sulla spalla non puoi negarla neppure se sei stato iscritto a Ordine Nuovo. Eppure tra i due, l’ambizioso per eccellenza, non è come si potrebbe pensare l’algido Ratzinger, ma l’affabile Wojtyla, quello che sapeva di vino buono e di passeggiate montane, quello che abbracciava i giovani nei bagni di folla e che sedeva perdonante, alla destra del suo attentatore, tanto per dimostrare che passare per la cruna di un ago si può eccome. Wojtyla non scelse la malattia né l’amò, che era di tempra forte e vivace, e amava invece la vita nei suoi aspetti praticabili, per formazione e ufficio. Ma quando ci si trovò dentro (la malattia, per giunta feroce e degenerativa), coinvolto senza possibilità di fuga, non ebbe remora e la navigò tutta, fino alla fine. A costo di snaturarsi. Di piegarsi, di mostrarsi, contratto e dolorante davanti al mondo intero. Non mancò che pochi appuntamenti, fino agli ultimi istanti, lui che ne fissava continuamente, dinamico com’era. Io credo che il pensiero che lo guidò fosse molto poco spirituale e parecchio umano, intrinsecamente legato a quella spinta che fa dell’ambizione qualcosa che supera la propria natura strumentale. Io credo che quella spinta, alla fine più lucida e smarcata che mai, si sia assunta la forza di farsi anche fine, oltre che mezzo. Credo che Wojtyla si sia posto la questione legata alla scelta di morire tribolando, in privato, dimettendosi da papa, o di farlo pubblicamente, restando papa. E credo, anche, che non ci abbia messo poi troppo a rispondersi che sul piano della sofferenza non sarebbe cambiato comunque. Niente. E allora perché non farlo davanti a tutti, rimanendo. Martorizzandosi, dunque martirizzandosi. Che dalla croce non si scende. Io credo che l’ambizione massima l’abbia agognata, pur pagandola cara, e infine, seppure in contumacia, posta in essere, ché la beatificazione nei libri di storia occupa un posto più largo di un’abdicazione per vecchiaia. Sia pure dopo seicento anni.

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16 Gennaio 2013 Commenti chiusi
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31 Ottobre 2012 1 commento

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Berlusconi non va a puttane. Può provarlo, è fidanzato!

17 Gennaio 2011 6 commenti

E finalmente abbiamo superato l’ultimo tabù. Quello di un Paese cattolico ma indecorosamente carente dal punto di vista dottrinale riguardo al logoro cavillo della fedeltà. Coniugale, certo, ma anche di coppia, essendo di massima  vero che una volta assurti al lignaggio di fidanzati, previo, laddove si creda, scambio di simboli materiali e anulari, il dovere biblico dell’accoppiamento si fa biunivoco e pre-contrattuale. Il nostro Presidente del Consiglio dunque, ha chiarito l’arcano, il cavillo didascalico della fedeltà non è affatto logoro, di più, è inviolabile, il Paese cattolico, fatto salvo, ringrazia e tira un sospiro di sollievo, finalmente, dopo anni di ingiurie e insinuazioni a minacciarne l’integrità morale. Lo ha fatto ieri annunciando ufficialmente il suo fidanzamento, per via mediatica, come tipicamente si ufficializzano i fidanzamenti. E associando a questo la  conseguenza più ovvia, l’esclusività d’uso del “talamo”. Dunque tutto chiarito, non può andare a mignotte, ha un rapporto stabile! (E poi perché andare a mignotte quando le mignotte possono venire a te. Ma questo è solo un inciso) Un giudice che non si accontenti di una prova così schiacciante a disarmo del castello di accuse costituito, è un uomo in malafede. E sarà pure il caso, nel caso, che la sua fede, cattiva, vada lavata, ossia segnalata alle pubbliche autorità vaticane competenti perché possa riaversi. Che altrimenti è un attimo a finire nell’infernale limbo della magistratura comunista, sempre pronta a vedere il marcio ovunque, perché spiritualmente sregolata e traviata.

Adesso però a me qualcuno lo deve spiegare come mai, considerato che la gran massa delle persone in Italia è fidanzata o addirittura sposata, il mercato della prostituzione è così dannatamente florido.

E sta bene, il presidente si è fidanzato. Ha un rapporto stabile di affetto. Non con il suo cane ma con una persona, lo chiarisce. Ha giusto settantacinque anni, l’età giusta per fidanzarsi. Il passo successivo, come per tutti i bravi fidanzati credenti d’Italia, sarà il matrimonio. Il terzo. In chiesa, naturalmente, perché Lui può. Anche se è separato, Lui può. Ha l’immunità per le alte cariche anche in chiesa, si sa, anzi soprattutto in chiesa, come ha più volte dimostrato partecipando, prima, durante e dopo la separazione dalla seconda moglie, ad ogni liturgia della celebrazione eucaristica, inclusa la più critica, quella nella quale, appunto, si dà riedizione dell’ultima cena. Poi, come è consuetudine per ogni bravo sposo novello credente d’Italia, darà al mondo nuova vita, in modo che la consacrazione dell’unione possa dirsi completa.

Berlusconi Silvio è  un uomo di fede, è risaputo. Dunque non solo è continuamente dedito alle buone azioni, come giustamente ricorda nel suo video-messaggio, cosa che peraltro lo accomuna a buona parte degli imprenditori sparsi per il mondo, non solo nella sua carriera non si è prodigato ad assumere personale quanto si è dedicato a raccogliere disperati di strada, squattrinati e indebitati di ogni tipo, incluse sbandate extracomunitarie minorenni finite ingiustamente nelle grinfie di autorità malefiche, ma da buon cristiano, non appena si fidanza, in automatico, esclude ogni tentazione sessuale non interna alla coppia dal suo orizzonte quotidiano. Il suo repertorio di battute e motti divertenti riguardo al mondo femminile lo conferma. Fa di più, investe, come è tipico per l’uomo di fede, di un nodo sacrale e inviolabile il legame affettivo. Poi, siccome è uomo di fede sì, ma estroverso e caciarone, quando si fidanza apre le porte della sua casa come fa il Signore con quelle della sua Chiesa (che l’identificazione è forte) e insieme alla sua compagna accoglie nella sua dorata e umile dimora, quante più ne trova, giovani ragazze, fanciulle e altre miserrime creature in stato di “difficoltà”, bone come la Madonna l’ha fatte e qualcun’altro meno in alto ma più accorto rifatte, scosciate e scollacciate il giusto, come si conviene per una full-immersion culturale, compensando le loro sventure con ricche cene a base di pasticci filosofici e intrattenimenti di carattere politico-economico-finanziario. Per meglio prepararle ai concorsi pubblici che il destino metterà nelle loro strade, chiaramente. Certo. Il tutto coadiuvato da volenterosi dipendenti variamente titolati e da altrettanti uomini di comprovata…Fede, oltre che da una nota agenzia di spettacolo cui fa capo un signore per bene, di indubbio prestigio e garbato che risponde al nome di Lele Mora. Un altro perseguitato dalla giustizia, da salvare. Insomma, le ragazze sono tante, e una mano fa sempre comodo. Certo.

Le agenzie di spettacolo oggi fanno questo. Casting umanitari. Per puro spirito filantropico. Come cambia il mondo.

Berlusconi Silvio è un uomo d fede. È risaputo. E come è per tutti gli uomini di fede di questo Paese quando si fidanza non ce n’è per nessuno. Tutto si consuma all’interno delle mura domestiche.

Ma poi. Vogliamo dirlo? Non è una cosa tenera questo presidente che dà il suo annuncio rosa immerso nei colori chiari e rassicuranti di una casa che odora di famiglia e di buoni valori, con tanto di foto di figliolanze in bella vista, lì, un passo dietro alle spalle, e l’aureola sul capo, appena visibile, a chi è puro di cuore almeno quanto lui. Quasi mi veniva il magone. Nonostante di impurità cardiache non sia poi così sprovvista.

Mi ha convinto, ha convinto anche me, alla fine. Argomentazioni così oggettive, se ne sentono di rado.  Non una ragione oppugnabile. Vorrei vedere. Come si fa. Poi. A non credere.  Ad un uomo che si schermisce, timidamente, rapito da un’urgenza di morigerata riservatezza, nel pronunciarsi impegnato sentimentalmente, in un contesto così plateale, pubblico. Come si fa a non credergli. Quando lo confessa, con tanto di tono compassato, che “non avrebbe mai voluto dirlo per non dare un’esposizione mediatica”. Lui, che di esposizioni mediatiche sa appena qualcosa e comunque non ha certo fatto un lavoro. Solo una missione.

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Da “In nome del popolo italiano” di Dino Risi

Cheyrem

6 Novembre 2010 3 commenti

” (…) Mi faranno vivere per forza Momò. Fanno sempre così negli ospedali, hanno leggi apposta. Io non voglio vivere più del necessario e ormai non è più necessario. C’è un limite anche per gli ebrei. Mi faranno subire delle sevizie per impedirmi di morire, hanno una faccenda che si chiama l’Ordine dei medici che è fatto apposta per questo. Ti fanno sbavare fino alla fine e non ti vogliono concedere il diritto di morire, per non creare dei privilegiati. Io avevo un amico che non era nemmeno ebreo ma che non aveva né braccia né gambe per colpa di un incidente, e lo hanno fatto soffrire ancora dieci anni all’ospedale per studiare la sua circolazione. Momò, io non voglio vivere solamente perchè lo pretende la medicina. So che sto perdendo la testa e non voglio vivere degli anni in coma per far onore alla medicina. Perciò, se senti delle dicerie d’Orléans che mi vogliono mandare all’ospedale, chiedi ai tuoi compagni di farmi la buona puntura e poi di gettare i miei resti in campagna. In un cespuglio, dove vogliono loro. Sono stata in campagna dopo la guerra una decina di giorni e non ho mai respirato così bene. Per la mia asma è meglio della città. Ho dato il culo ai clienti per trentacinque anni, e adesso non lo voglio dare anche ai medici. Promesso?”

“Promesso, Madame Rosa”.

Cheyrem?”

Cheyrem“.

Da loro vuol dire “ve lo giuro”, come ho già avuto l’onore”.

Tratto da La vita davanti a sè di Romain Gary

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Un lungo plateale sussurro

8 Ottobre 2010 4 commenti

A forza di seguirli diventano gestuali anche i loro sguardi. Quelli del parentado di Sarah, intendo. Scandagliati, incomodati da questi altri nostri che dagli schermi bucano le telecamere per raggiungerli. Posso sentirli parlare, perché tutti gli occhi lo fanno. E anche questi. Mi sembra che dicano di solitudini. Interiori. Di parole. Di emozioni. Di intenti storpiati, dirottati e poi restituiti a nuova forma, ogni volta diversa, ogni volta identica.

Si finisce poi per  ripetersi. Articolare parole sì ma come se fosse una voce fuori campo a dire per te le cose che puoi solo tacere. In quei frangenti lì, fatti di famiglia. E in quel dire non c’è mai molto, non c’è mai abbastanza. Qualche volta, anzi spesso, non c’è proprio niente. Oltre il silenzio. Che gela l’anima di una ragazzina che sognava di scappare via. Troppo presto. E, infine. Troppo tardi.

Come succede ogni volta quando le dinamiche di una famiglia si coartano, fino a chiudersi in uno spasmo sordo e sinistro al di sotto del quale diventa imperativo vivere, viversi a un passo da sé, con la mente, con l’intero corpo dell’anima. A un passo da sé purché mai veramente nel qui e ora del proprio essere. A un passo da qui deve essere pur sempre meglio che qui. Se qui fa troppo male.

Sarah è l’ennesima vittima di quel genere, per niente particolare, per niente raro, per niente sorprendente, di miseria emotiva che genera (a sua volta generata) quella disaffezione dalla ragione che chiude un urlo dentro un cubetto di ghiaccio per scongelarlo in una maschera, quella più calzante e asciutta della meschinità. Della disumanità.

Dissimulata. Male, anche. Così male che lo sguardo degli inquirenti non ha mai smesso di girare intorno alla famiglia della ragazzina. Patologica anch’essa, come è normale che sia. Non c’è patologia sessuale che non si denunci in una raggiera di segnali, spie, sintomi che lasciano ben poco spazio all’equivoco. E non c’è famigliare che non sappia. Senza sapere, poi, pienamente. Per via di quello spazio tra sé e sé, che sembra vuoto, una specie di scarto temporale, e invece fa il suo pieno di disattenzione. Esserci. Presenti, vigili. Potrebbe pur essere una tentazione. Ma rischierebbe di tramutarsi in insidia. Per cui si resta, si deve restare. A un passo da sé. Mai interamente qui e ora, sul posto.

Ma non c’è famigliare che non sappia. Segretamente. Furtivamente, appena un filo sotto la pelle. C’è una sordità necessaria al dolore. E una cecità che lo convince a non mostrarsi. Mai. Se non sotto mentite spoglie. La maschera, appunto. Solo così è possibile srotolarsi nei giorni, tirando innanzi il carretto delle abitudini.

Da un claudicante all’altro, l’anello più delicato del gruppo cede. Mentre ognuno resta assorto nella ripetizione del copione, con indosso l’ordinario costume di scena, l’anello meno compiuto e frangibile del gruppo familiare raccoglie su di sé il destino peggiore.

Capita spesso che siano la donna, il bambino. Gli anelli che si spaccano. Che vengono interrotti. In questo caso sono entrambi in un solo corpo, minuto, disarmato. Impreparato. E, tra tutti, il solo, forse, profondamente ignaro. E, per questo sano, non ancora sovra-strutturato. E dunque potenzialmente rivoluzionario. Oltre che il solo nel diritto pieno dell’esercizio della propria inconsapevolezza. Perché quindici anni sono davvero pochi. Troppo pochi per riaversi da un insulto così grande come la minaccia sottile o anche smaccata che attenta al proprio sé, alla propria integrità. Umana, non solo sessuale. E umana in quanto sessuale.

C’è un modo di morire (o di venir privati della vita), che è primariamente un presagio di morte. È un modo che ha un legame stabile con la solitudine. Richiede un certo tipo di isolamento. Emotivo, soprattutto. Un discreto livello di analfabetismo emotivo, più precisamente. Che crea distanza tra sé e sé e tra sé e gli altri. Le unioni che vi si possono ostentare sono fittizie, aleatorie, consolatorie, non praticabili se non superficialmente. Questo modo ha a che fare con un non-detto e un non dicibile tipico di una certa incapacità di essere individui, prima, e famiglia, poi. È una solitudine che fa pari con l’indifferenza. Non per forza conscia, anzi. Ma non per questo meno tragica. Al contrario. L’ombra che la genera ne determina il carattere esiziale.  E la crudezza. È un’indifferenza dura da scardinare quella che nasce dalla povertà morale.

Se la voce, da sola, non supera il muro del suono della clandestinità emotiva che quella stessa povertà genera, il costo, quando non è la resa, che può essere sopravvivenza, è la sconfitta. Dunque la morte.

Quello che si sa non è ammissibile che si sappia. Quindi si rimuove. Quello che non è pensabile si cancella. Ci sono ferite ingestibili. Dalla coscienza. Vanno cancellate, subito. Prima che possano sfiorare le corde della percettibilità.

In questa storia. Fatto salvo il sodalizio famigliare, la rete che tutti salva soffocandoli, la sola che soffocherà davvero sarà lei. Sarah. Il sodalizio serve a proteggersi. A partire dal più forte. A scendere. Perché proteggere il più forte significa proteggere se stessi. È un comportamento specie specifico. Dal quale la nostra specie avrebbe dovuto da tempo smarcarsi. Ma l’animalità diviene spesso irrinunciabile. Molto più spesso di quanto si preferisca pensare. Il sodalizio è un patto mai stipulato. Ma operativo. Un’alleanza. Che tiene in piedi la baracca. Tutti insieme. Tutti uniti. È un gioco di copertura reciproca. Con un occhio di favore a quel più forte che in realtà non c’è, che non è realmente tale e che, anzi, della forza rappresenta la sua più intima negazione. Ma quando quello che conta è quello che serve e non quello che c’è, qualcuno deve farsi garante del sistema. Assicurane la stabilità. Con il gioco più o meno negoziabile dei ruoli e quello più impalpabile della ripartizione dei poteri. La costruzione che determina la distribuzione dei poteri può essere benissimo fittizia, se la sua credibilità non è verificabile. Non importa quanto e se sia effimero, non serve neppure che sia vero. È sufficiente crederci, nelle cose. Che smettono di essere false.

Nessuno ha protetto l’altra metà del cielo, la ragazzina dal potere piccolo, piccolo. Il possibile destabilizzatore. Tutti sapevano, a un filo di pelle. L’indicibile. Ma non l’insospettabile. Tutti, inclusa la madre. Cui hanno gettato addosso la verità in diretta-tv, così, in pieno viso, come uno schiaffo che lascia sì storditi ma che affossa, scuote le guance per un momento. E invece niente. Nessun movimento. E’ rimasto impassibile, quel viso, così prima, così dopo. Così durante. Se c’è stato, un durante.

Neanche una grinza. Non una piccola smorfia. Imperterrito più che pietrificato. Smarrito, più che raccolto. Rassegnato, più che sorpreso. Poiché. Quella verità era lì, a un passo da sé. Come il suo sé rispetto a se stessa. A un passo, dall’essere compreso. Colto, anche da un’espressione.

E così è stato anche per il fratello della piccola Sarah. Un fratello che doveva respirare attraverso tutte le vie dei pori la verità al punto da mostrarsi, a meno, molto meno di un giorno dalla notizia della terribile fine della sorella, in un noto programma televisivo pomeridiano, accanto ad un pugno di opinionisti di varia estrazione, a pronunciarsi sui fatti come farebbe un lontanissimo amico di famiglia rimasto oltreoceano per più di un ventennio. Non la chiamo compostezza, neanche qui. È una specie di distacco che gioca coi perimetri della perfezione. Una freddezza innaturale, come un distanziamento stirato fino al parossismo. È un silenzio. Di dentro. Profondo, troppo profondo per essere afferrabile. Sembra gridato, ma è senza sonoro. Un’imperturbabilità così  tangibile raggela.

L’innocenza non paga. Si direbbe. Invece poi lo fa, con la vita. La propria. Mentre la colpa continua a vivere. Comunque si voglia perseguirla.

Sarah sognava di scappare via. Lo scriveva su facebook. E forse non era solo per conformarsi ad una liturgia adolescenziale. Ma il suo cammino se l’è ritrovato lastricato di sassi, fango e merda.

Il dolore spesso non sa urlare. Perché nessuno gli ha insegnato a parlare, prima. Ad avere dimestichezza con la parola. E prima ancora, con l’emozione. Che ne è la fabbrica.

Ma se pure sapesse farlo, anche laddove avesse imparato. Non sarebbe inusuale. Vederlo diventare un grido senza corpo che si sfascia a terra come uno scroscio di grandine. Non sarebbe inusuale vederlo farsi  gemito che si dondola senza eco. Inascoltato.

Quello che non viene percepito non esiste. O smette di esistere, alla lunga.

Per assuefazione.

Figuriamoci quando tace, un urlo, dove arriva. Dove può arrivare una cosa che non parte mai?

Il silenzio fa il gioco sporco del disonesto. Non corruga neppure la fronte. Non ha espressioni. Come il volto scavato di una madre che perde una figlia. Nel peggiore dei modi/mondi possibili. Un volto che è una maschera. Forse, per una volta, di dolore. E non al dolore.

Il silenzio fa il gioco sporco del disonesto. Disimpegna. L’ascolto è scomodo, impegna. Il gioco del silenzio serve. Infatti va per la maggiore. Da sempre. Per via di quella leggerezza che promette e che puntualmente mantiene. Serve, sì. Torna utile. Scrolla da sé ogni ombra d’angoscia.  Dando libera sazietà a quella fame di quieto vivere che trova nell’ipocrisia la sua pietanza d’elezione. Che la paura condisce a dovere.

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