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Solidarietà partenopea

12 Febbraio 2014

E’ stata a lungo un vanto, l’umanità di Napoli, che irrigava e nutriva di sé ogni cosa, l’arte, la cultura, l’estetica. Le relazioni sociali. Incluse quelle criminali. Dove per solidarietà, in realtà, si intende affiliazione. Che a differenza della solidarietà, ha un costo. Ecco, succede a Napoli, la capitale, dopo Roma, di un’altra grande bellezza. Deturpata. Da quel costo che intanto è diventato l’obolo di tutti, il solo che tutti pagano davvero. Soprattutto con il silenzio. La connivenza. La compiacenza. La menzogna.

La solidarietà, quella vera, quella profonda, che sgorga come un rivolo d’acqua fresca dal cuore della bella Napoli, non esiste più. O quasi. L’ha sostituita questa alternativa di più conveniente ispirazione, questo nuovo senso della collettività, che trova perdonabile ogni sistema, incluso il più biasimevole e becero, che consenta di rimediare, per sé e i vari membri della confraternita autoctona, la collettività stessa, stralci risicati a morsi di sopravvivenza. Non contano i piccoli inconvenienti, come fare della quotidianità una serie di stati, atti orientati all’autodifesa (dagli altri che non sono mai diventati altri da sé, dunque da se stessi) che, per esempio, costringe tutti, ma proprio tutti, a muoversi in stato di costante allerta per la città con le borse rigorosamente a tracolla, espediente peraltro vano che aumenta i rischi e minimizza i benefici, facendo sì che, in caso di scippo, si finisca trascinati più crudelmente, per metri e metri (ma si sa, dati i tempi, tra la borsa o la vita, si finisce per dire vita, sospettando che sia la borsa), sempre che non si incappi in un immigrato qualsiasi, magari pure malmesso, non sufficientemente radicato, che, ancora per esempio, ignori certi dettagli scenici della rinomata solidarietà partenopea (della versione aggiornata, intendo).

I rischi, dunque fanno parte del gioco e dentro lo stesso gioco tutti se li passano amorevolmente, insieme ai piccoli frutti, da veri sodali e giocatori ligi, sapendo che se oggi tocca a me, domani, con puntuale probabilità, toccherà a te. E che quel che rubi oggi a me, domani lo ruberò ad un altro che presto o tardi ti raggiungerà e riscuoterà quello che poi, a tua volta, tornerai a riacciuffare, in un giro pacifico e infernale, che ogni tanto fa il morto. Ma fa parte dei rischi. E dei proventi che ne derivano. E’ una lunga e ineffabile turnazione affettuosa, fatta di sottecchi, una tradizione di famiglia allargata, questa tra concittadini d’una città eternamente ferita e mai paga del rigolo di sangue che vien giù dai suoi monumenti belli, le case, i palazzi, la gente tutta. E’ un virtuoso scambio di miserrima miseria, di portafoglio e di cuore, in cui tutti alla fine, hanno entrambi mezzi pieni e mezzi vuoti al contempo (tranne qualcuno). E’ come star dentro un ricatto che non trova soluzione, che lega tutti allo stesso segreto che tutti in realtà sanno senza che ciò infici il carattere di fascinazione che ne deriva. Ma in quanto ricatto, seppure improprio in quanto condiviso, nel quale la distinzione tra il ricattatore e il ricattato, è ambiguo e scivoloso, lega. E lo fa, purtroppo, ancora, in virtù del fatto che in ballo, come è normale che sia quando un ricatto lo si vuol dire tale, c’è la vita. E forse neppure la sua vera opportunità o non quella soltanto. Ma qualcosa d’altro ancora che ha a che fare con una certa sua significatività, o, per meglio dire, onorabilità.

E così, guardando e riguardando le immagini riprese da un video di sorveglianza e diffuse in rete, di quello scippo in quel di Napoli che ha fatto tanto dire di sé, che ormai si sa, lo stupore è d’obbligo di fronte all’ordinario non ancora sufficientemente divulgato, pensavo. Pensavo a questo. A quel calore, a quel senso di appartenenza a un luogo, a un lessico comune, divertito e divertente, ironico e spassionato, che non cedono alle lusinghe né alle angherie che gerarchizzano, violentandola, pure l’anima, insieme alla parola, al gesto, alla cultura stessa che si autoalimenta in uno spazio comune, ma facilitano un passaggio di umori, sapori, guizzi di inventiva fuori dal seminato. E invece, quel che vedo è che fuori dal seminato sopravvive solo il senso del diritto e della legalità. Ed è una sopravvivenza dura, difficile, forse impossibile. Una bella realtà, seppur corrotta, alternativa alla corruzione, non esiste, forse, più. Se non in qualche angolo privato e indispettito che fa di tutto per non farsi notare. Troppo. Eccezioni dovute.

Stringendo più forte la borsa a sé, concittadini premurosi soccorrono in massa lo scippatore ignorando la scippata, rea di aver stretto troppo le stringhe della borsa e di esservisi abbarbicata, piuttosto che mollare e agevolare il ladro. Il ladro, poi, un poveraccio. Un miserevole predatore di polli nel pieno dell’esercizio delle proprie funzioni che, dunque, non andrebbe ostacolato. Non troppo almeno. A farlo, giusto un outsider, ci prova perlomeno, e, dopo aver restituito il maltolto alla sventurata passante, sempre lui, un mendicante, immigrato dall’Africa, non ancora troppo avvezzo agli usi e costumi locali, rincara la dose redarguendo il “mariuolo” e infine, cosa mai vista, gli passa per la testa perfino di trattenerlo, che il gesto è compiuto, il reato commesso, sicché denunciarlo sarebbe il minimo.

Ma tutt’intorno nessuno parla la sua lingua e, si capisce, è straniero. E così stravince senza passare per i punti, la solidarietà infelice degli infelici per gli infelici. Questa forma, forse originaria, di compiacenza perennemente dispiaciuta. Lo slancio servo e servile è dovuto, è praticato, è parte di quell’obolo di cui sopra, è un confortevole convenevole issato a lustro della locale, reciproca convivialità. Chi non lo comprende non può comprendere. Che poi, a ben guardare, il furto, che non è un furto dove si riformula lo stato giuridico delle cose e si trova conveniente sottrarsi vicendevolmente quanto occorra alla propria legittima sussistenza, neppure c’è stato, non è andato a buon fine e il giovane aspirante ladro, non ancora effettivo, per via, almeno nel caso specifico, del fallimento della prova, non si può dirlo, per l’appunto, ladro compiuto. E ancora, e infine, cos’è che rubava, cosa tentava di rubare? Un rolex? Una collana incastonata di pietre preziose e diamanti? Niente affatto, trattavasi di una borsa, piccola, probabilmente sguarnita quanto, si può presumere, la proprietaria stessa, esile e minuta, insaccata in un cappottino anonimo. Come non sentirlo, dunque, salire dal cuore, un impeto naturale a direzionare verso il cercatore abusivo di sopravvivenza, un fraterno senso, quasi eucaristico, di comunione (di intenti? Di destini?)?

Come non solidarizzare con il carnefice, laddove tutti lo sono e tutti lo sono a beneficio di un modo d’essere diffuso e formalizzato nel quale la vittima gioca il ruolo cardine, colpevole, tacitamente in accordo con la sua controparte alla quale, è il caso di dirlo, all’occorrenza scippa il ruolo?

Infine, è risaputo, che se si potesse, in questa valle di piagnistei e sempre meno lacrime, se uno potesse, dovendo arrancare di furto in furto di risicata fattura e pregnanza, uno, se potesse, diamine, se ne avesse le possibilità, altro che borse, rapinerebbe una banca, no? O più banche! O più in alto ancora, potendovi arrivare, dove ci sia modo di affondare le mani in santa pace e nel modo più consono, minimizzando i rischi, aumentando i benefici. E lì sì che sarebbe un eroe vero, e tutti ne avrebbero a fargli festa, stretti intorno in un’orgia grigia di solidale, disumana accondiscendenza.

 

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  1. 22 Febbraio 2014 a 14:43 | #1

    Prima o poi andrò a Napoli, deve essere una città esagerata. Nella sua bellezza e nella sua esagerazione. Una città che non ti regala molto, ma quello che ottieni lo fai con il cuore. Immagino una bella giornata di sole, una buona pizza margherita, o pizza e alici, un buon bicchiere di Falanghina, un caffè. E poi, conoscere tante persone, vivere la città donando il cuore a lei.

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