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	<title>Dentro l&#039;eclissi...</title>
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	<description>Bisogna imparare le allungatoie e ignorare le scorciatoie.

Haim Baharier</description>
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		<title>Berlusconi non va a puttane. Può provarlo, è fidanzato!</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 13:06:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E finalmente abbiamo superato l’ultimo tabù. Quello di un Paese cattolico ma indecorosamente carente dal punto di vista dottrinale riguardo al logoro cavillo della fedeltà. Coniugale, certo, ma anche di coppia, essendo di massima  vero che una volta assurti al lignaggio di fidanzati, previo, laddove si creda, scambio di simboli materiali e anulari, il dovere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E finalmente abbiamo superato l’ultimo tabù. Quello di un Paese cattolico ma indecorosamente carente dal punto di vista dottrinale riguardo al logoro cavillo della fedeltà. Coniugale, certo, ma anche di coppia, essendo di massima  vero che una volta assurti al lignaggio di fidanzati, previo, laddove si creda, scambio di simboli materiali e anulari, il dovere biblico dell’accoppiamento si fa biunivoco e pre-contrattuale. Il nostro Presidente del Consiglio dunque, ha chiarito l’arcano, il cavillo didascalico della fedeltà non è affatto logoro, di più, è inviolabile, il Paese cattolico, fatto salvo, ringrazia e tira un sospiro di sollievo, finalmente, dopo anni di ingiurie e insinuazioni a minacciarne l’integrità morale. Lo ha fatto ieri annunciando ufficialmente il suo fidanzamento, per via mediatica, come tipicamente si ufficializzano i fidanzamenti. E associando a questo la  conseguenza più ovvia, l’esclusività d’uso del &#8220;talamo&#8221;. Dunque tutto chiarito, non può andare a mignotte, ha un rapporto stabile! (E poi perché andare a mignotte quando le mignotte possono venire a te. Ma questo è solo un inciso) Un giudice che non si accontenti di una prova così schiacciante a disarmo del castello di accuse costituito, è un uomo in malafede. E sarà pure il caso, nel caso, che la sua fede, cattiva, vada lavata, ossia segnalata alle pubbliche autorità vaticane competenti perché possa riaversi. Che altrimenti è un attimo a finire nell’infernale limbo della magistratura comunista, sempre pronta a vedere il marcio ovunque, perché spiritualmente sregolata e traviata.</p>
<p>Adesso però a me qualcuno lo deve spiegare come mai, considerato che la gran massa delle persone in Italia è fidanzata o addirittura sposata, il mercato della prostituzione è così dannatamente florido.</p>
<p>E sta bene, il presidente si è fidanzato. Ha un rapporto stabile di affetto. Non con il suo cane ma con una persona, lo chiarisce. Ha giusto settantacinque anni, l’età giusta per fidanzarsi. Il passo successivo, come per tutti i bravi fidanzati credenti d’Italia, sarà il matrimonio. Il terzo. In chiesa, naturalmente, perché Lui può. Anche se è separato, Lui può. Ha l’immunità per le alte cariche anche in chiesa, si sa, anzi soprattutto in chiesa, come ha più volte dimostrato partecipando, prima, durante e dopo la separazione dalla seconda moglie, ad ogni liturgia della celebrazione eucaristica, inclusa la più critica, quella nella quale, appunto, si dà riedizione dell’ultima cena. Poi, come è consuetudine per ogni bravo sposo novello credente d’Italia, darà al mondo nuova vita, in modo che la consacrazione dell’unione possa dirsi completa.</p>
<p>Berlusconi Silvio è  un uomo di fede, è risaputo. Dunque non solo è continuamente dedito alle buone azioni, come giustamente ricorda nel suo video-messaggio, cosa che peraltro lo accomuna a buona parte degli imprenditori sparsi per il mondo, non solo nella sua carriera non si è prodigato ad assumere personale quanto si è dedicato a raccogliere disperati di strada, squattrinati e indebitati di ogni tipo, incluse sbandate extracomunitarie minorenni finite ingiustamente nelle grinfie di autorità malefiche, ma da buon cristiano, non appena si fidanza, in automatico, esclude ogni tentazione sessuale non interna alla coppia dal suo orizzonte quotidiano. Il suo repertorio di battute e motti divertenti riguardo al mondo femminile lo conferma. Fa di più, investe, come è tipico per l’uomo di fede, di un nodo sacrale e inviolabile il legame affettivo. Poi, siccome è uomo di fede sì, ma estroverso e caciarone, quando si fidanza apre le porte della sua casa come fa il Signore con quelle della sua Chiesa (che l’identificazione è forte) e insieme alla sua compagna accoglie nella sua dorata e umile dimora, quante più ne trova, giovani ragazze, fanciulle e altre miserrime creature in stato di “difficoltà”, bone come la Madonna l&#8217;ha fatte e qualcun&#8217;altro meno in alto ma più accorto rifatte, scosciate e scollacciate il giusto, come si conviene per una full-immersion culturale, compensando le loro sventure con ricche cene a base di pasticci filosofici e intrattenimenti di carattere politico-economico-finanziario. Per meglio prepararle ai concorsi pubblici che il destino metterà nelle loro strade, chiaramente. Certo. Il tutto coadiuvato da volenterosi dipendenti variamente titolati e da altrettanti uomini di comprovata&#8230;Fede, oltre che da una nota agenzia di spettacolo cui fa capo un signore per bene, di indubbio prestigio e garbato che risponde al nome di Lele Mora. Un altro perseguitato dalla giustizia, da salvare. Insomma, le ragazze sono tante, e una mano fa sempre comodo. Certo.</p>
<p>Le agenzie di spettacolo oggi fanno questo. Casting umanitari. Per puro spirito filantropico. Come cambia il mondo.</p>
<p>Berlusconi Silvio è un uomo d fede. È risaputo. E come è per tutti gli uomini di fede di questo Paese quando si fidanza non ce n’è per nessuno. Tutto si consuma all’interno delle mura domestiche.</p>
<p>Ma poi. Vogliamo dirlo? Non è una cosa tenera questo presidente che dà il suo annuncio rosa immerso nei colori chiari e rassicuranti di una casa che odora di famiglia e di buoni valori, con tanto di foto di figliolanze in bella vista, lì, un passo dietro alle spalle, e l’aureola sul capo, appena visibile, a chi è puro di cuore almeno quanto lui. Quasi mi veniva il magone. Nonostante di impurità cardiache non sia poi così sprovvista.</p>
<p>Mi ha convinto, ha convinto anche me, alla fine. Argomentazioni così oggettive, se ne sentono di rado.  Non una ragione oppugnabile. Vorrei vedere. Come si fa. Poi. A non credere.  Ad un uomo che si schermisce, timidamente, rapito da un’urgenza di morigerata riservatezza, nel pronunciarsi impegnato sentimentalmente, in un contesto così plateale, pubblico. Come si fa a non credergli. Quando lo confessa, con tanto di tono compassato, che “non avrebbe mai voluto dirlo per non dare un’esposizione mediatica”. Lui, che di esposizioni mediatiche sa appena qualcosa e comunque non ha certo fatto un lavoro. Solo una missione.</p>
<p>[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://sonya.blog.tiscali.it/2011/01/17/berlusconi-non-va-a-puttane-puo-provarlo-e-fidanzato/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a></p>
<p>Da &#8220;In nome del popolo italiano&#8221; di Dino Risi</p>
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		<title>Cheyrem</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 12:33:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221; (&#8230;) Mi faranno vivere per forza Momò. Fanno sempre così negli ospedali, hanno leggi apposta. Io non voglio vivere più del necessario e ormai non è più necessario. C&#8217;è un limite anche per gli ebrei. Mi faranno subire delle sevizie per impedirmi di morire, hanno una faccenda che si chiama l&#8217;Ordine dei medici che è fatto apposta per questo. Ti fanno sbavare fino alla fine e non ti vogliono concedere il diritto di morire, per non creare dei privilegiati. Io avevo un amico che non era nemmeno ebreo ma che non aveva né braccia né gambe per colpa di un incidente, e lo hanno fatto soffrire ancora dieci anni all&#8217;ospedale per studiare la sua circolazione. Momò, io non voglio vivere solamente perchè lo pretende la medicina. So che sto perdendo la testa e non voglio vivere degli anni in coma per far onore alla medicina. Perciò, se senti delle dicerie d&#8217;Orléans che mi vogliono mandare all&#8217;ospedale, chiedi ai tuoi compagni di farmi la buona puntura e poi di gettare i miei resti in campagna. In un cespuglio, dove vogliono loro. Sono stata in campagna dopo la guerra una decina di giorni e non ho mai respirato così bene. Per la mia asma è meglio della città. Ho dato il culo ai clienti per trentacinque anni, e adesso non lo voglio dare anche ai medici. Promesso?&#8221;</p>
<p>&#8220;Promesso, Madame Rosa&#8221;.</p>
<p>&#8220;<em>Cheyrem</em>?&#8221;</p>
<p>&#8220;<em>Cheyrem</em>&#8220;.</p>
<p>Da loro vuol dire &#8220;ve lo giuro&#8221;, come ho già avuto l&#8217;onore&#8221;.</p>
<p>Tratto da La vita davanti a sè di Romain Gary</p>
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		<title>Un lungo plateale sussurro</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 06:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A forza di seguirli diventano gestuali anche i loro sguardi. Quelli del parentado di Sarah, intendo. Scandagliati, incomodati da questi altri nostri che dagli schermi bucano le telecamere per raggiungerli. Posso sentirli parlare, perché tutti gli occhi lo fanno. E anche questi. Mi sembra che dicano di solitudini. Interiori. Di parole. Di emozioni. Di intenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A forza di seguirli diventano gestuali anche i loro sguardi. Quelli del parentado di Sarah, intendo. Scandagliati, incomodati da questi altri nostri che dagli schermi bucano le telecamere per raggiungerli. Posso sentirli parlare, perché tutti gli occhi lo fanno. E anche questi. Mi sembra che dicano di solitudini. Interiori. Di parole. Di emozioni. Di intenti storpiati, dirottati e poi restituiti a nuova forma, ogni volta diversa, ogni volta identica.</p>
<p>Si finisce poi per  ripetersi. Articolare parole sì ma come se fosse una voce fuori campo a dire per te le cose che puoi solo tacere. In quei frangenti lì, fatti di famiglia. E in quel dire non c’è mai molto, non c’è mai abbastanza. Qualche volta, anzi spesso, non c’è proprio niente. Oltre il silenzio. Che gela l’anima di una ragazzina che sognava di scappare via. Troppo presto. E, infine. Troppo tardi.</p>
<p>Come succede ogni volta quando le dinamiche di una famiglia si coartano, fino a chiudersi in uno spasmo sordo e sinistro al di sotto del quale diventa imperativo vivere, viversi a un passo da sé, con la mente, con l’intero corpo dell’anima. A un passo da sé purché mai veramente nel qui e ora del proprio essere. A un passo da qui deve essere pur sempre meglio che qui. Se qui fa troppo male.</p>
<p>Sarah è l’ennesima vittima di quel genere, per niente particolare, per niente raro, per niente sorprendente, di miseria emotiva che genera (a sua volta generata) quella disaffezione dalla ragione che chiude un urlo dentro un cubetto di ghiaccio per scongelarlo in una maschera, quella più calzante e asciutta della meschinità. Della disumanità.</p>
<p>Dissimulata. Male, anche. Così male che lo sguardo degli inquirenti non ha mai smesso di girare intorno alla famiglia della ragazzina. Patologica anch’essa, come è normale che sia. Non c’è patologia sessuale che non si denunci in una raggiera di segnali, spie, sintomi che lasciano ben poco spazio all’equivoco. E non c’è famigliare che non sappia. Senza sapere, poi, pienamente. Per via di quello spazio tra sé e sé, che sembra vuoto, una specie di scarto temporale, e invece fa il suo pieno di disattenzione. Esserci. Presenti, vigili. Potrebbe pur essere una tentazione. Ma rischierebbe di tramutarsi in insidia. Per cui si resta, si deve restare. A un passo da sé. Mai interamente qui e ora, sul posto.</p>
<p>Ma non c’è famigliare che non sappia. Segretamente. Furtivamente, appena un filo sotto la pelle. C’è una sordità necessaria al dolore. E una cecità che lo convince a non mostrarsi. Mai. Se non sotto mentite spoglie. La maschera, appunto. Solo così è possibile srotolarsi nei giorni, tirando innanzi il carretto delle abitudini.</p>
<p>Da un claudicante all’altro, l’anello più delicato del gruppo cede. Mentre ognuno resta assorto nella ripetizione del copione, con indosso l’ordinario costume di scena, l’anello meno compiuto e frangibile del gruppo familiare raccoglie su di sé il destino peggiore.</p>
<p>Capita spesso che siano la donna, il bambino. Gli anelli che si spaccano. Che vengono interrotti. In questo caso sono entrambi in un solo corpo, minuto, disarmato. Impreparato. E, tra tutti, il solo, forse, profondamente ignaro. E, per questo sano, non ancora sovra-strutturato. E dunque potenzialmente rivoluzionario. Oltre che il solo nel diritto pieno dell’esercizio della propria inconsapevolezza. Perché quindici anni sono davvero pochi. Troppo pochi per riaversi da un insulto così grande come la minaccia sottile o anche smaccata che attenta al proprio sé, alla propria integrità. Umana, non solo sessuale. E umana in quanto sessuale.</p>
<p>C’è un modo di morire (o di venir privati della vita), che è primariamente un presagio di morte. È un modo che ha un legame stabile con la solitudine. Richiede un certo tipo di isolamento. Emotivo, soprattutto. Un discreto livello di analfabetismo emotivo, più precisamente. Che crea distanza tra sé e sé e tra sé e gli altri. Le unioni che vi si possono ostentare sono fittizie, aleatorie, consolatorie, non praticabili se non superficialmente. Questo modo ha a che fare con un non-detto e un non dicibile tipico di una certa incapacità di essere individui, prima, e famiglia, poi. È una solitudine che fa pari con l’indifferenza. Non per forza conscia, anzi. Ma non per questo meno tragica. Al contrario. L’ombra che la genera ne determina il carattere esiziale.  E la crudezza. È un’indifferenza dura da scardinare quella che nasce dalla povertà morale.</p>
<p>Se la voce, da sola, non supera il muro del suono della clandestinità emotiva che quella stessa povertà genera, il costo, quando non è la resa, che può essere sopravvivenza, è la sconfitta. Dunque la morte.</p>
<p>Quello che si sa non è ammissibile che si sappia. Quindi si rimuove. Quello che non è pensabile si cancella. Ci sono ferite ingestibili. Dalla coscienza. Vanno cancellate, subito. Prima che possano sfiorare le corde della percettibilità.</p>
<p>In questa storia. Fatto salvo il sodalizio famigliare, la rete che tutti salva soffocandoli, la sola che soffocherà davvero sarà lei. Sarah. Il sodalizio serve a proteggersi. A partire dal più forte. A scendere. Perché proteggere il più forte significa proteggere se stessi. È un comportamento specie specifico. Dal quale la nostra specie avrebbe dovuto da tempo smarcarsi. Ma l’animalità diviene spesso irrinunciabile. Molto più spesso di quanto si preferisca pensare. Il sodalizio è un patto mai stipulato. Ma operativo. Un’alleanza. Che tiene in piedi la baracca. Tutti insieme. Tutti uniti. È un gioco di copertura reciproca. Con un occhio di favore a quel più forte che in realtà non c’è, che non è realmente tale e che, anzi, della forza rappresenta la sua più intima negazione. Ma quando quello che conta è quello che serve e non quello che c’è, qualcuno deve farsi garante del sistema. Assicurane la stabilità. Con il gioco più o meno negoziabile dei ruoli e quello più impalpabile della ripartizione dei poteri. La costruzione che determina la distribuzione dei poteri può essere benissimo fittizia, se la sua credibilità non è verificabile. Non importa quanto e se sia effimero, non serve neppure che sia vero. È sufficiente crederci, nelle cose. Che smettono di essere false.</p>
<p>Nessuno ha protetto l’altra metà del cielo, la ragazzina dal potere piccolo, piccolo. Il possibile destabilizzatore. Tutti sapevano, a un filo di pelle. L’indicibile. Ma non l’insospettabile. Tutti, inclusa la madre. Cui hanno gettato addosso la verità in diretta-tv, così, in pieno viso, come uno schiaffo che lascia sì storditi ma che affossa, scuote le guance per un momento. E invece niente. Nessun movimento. E’ rimasto impassibile, quel viso, così prima, così dopo. Così durante. Se c’è stato, un durante.</p>
<p>Neanche una grinza. Non una piccola smorfia. Imperterrito più che pietrificato. Smarrito, più che raccolto. Rassegnato, più che sorpreso. Poiché. Quella verità era lì, a un passo da sé. Come il suo sé rispetto a se stessa. A un passo, dall’essere compreso. Colto, anche da un’espressione.</p>
<p>E così è stato anche per il fratello della piccola Sarah. Un fratello che doveva respirare attraverso tutte le vie dei pori la verità al punto da mostrarsi, a meno, molto meno di un giorno dalla notizia della terribile fine della sorella, in un noto programma televisivo pomeridiano, accanto ad un pugno di opinionisti di varia estrazione, a pronunciarsi sui fatti come farebbe un lontanissimo amico di famiglia rimasto oltreoceano per più di un ventennio. Non la chiamo compostezza, neanche qui. È una specie di distacco che gioca coi perimetri della perfezione. Una freddezza innaturale, come un distanziamento stirato fino al parossismo. È un silenzio. Di dentro. Profondo, troppo profondo per essere afferrabile. Sembra gridato, ma è senza sonoro. Un’imperturbabilità così  tangibile raggela.</p>
<p>L’innocenza non paga. Si direbbe. Invece poi lo fa, con la vita. La propria. Mentre la colpa continua a vivere. Comunque si voglia perseguirla.</p>
<p>Sarah sognava di scappare via. Lo scriveva su facebook. E forse non era solo per conformarsi ad una liturgia adolescenziale. Ma il suo cammino se l’è ritrovato lastricato di sassi, fango e merda.</p>
<p>Il dolore spesso non sa urlare. Perché nessuno gli ha insegnato a parlare, prima. Ad avere dimestichezza con la parola. E prima ancora, con l’emozione. Che ne è la fabbrica.</p>
<p>Ma se pure sapesse farlo, anche laddove avesse imparato. Non sarebbe inusuale. Vederlo diventare un grido senza corpo che si sfascia a terra come uno scroscio di grandine. Non sarebbe inusuale vederlo farsi  gemito che si dondola senza eco. Inascoltato.</p>
<p>Quello che non viene percepito non esiste. O smette di esistere, alla lunga.</p>
<p>Per assuefazione.</p>
<p>Figuriamoci quando tace, un urlo, dove arriva. Dove può arrivare una cosa che non parte mai?</p>
<p>Il silenzio fa il gioco sporco del disonesto. Non corruga neppure la fronte. Non ha espressioni. Come il volto scavato di una madre che perde una figlia. Nel peggiore dei modi/mondi possibili. Un volto che è una maschera. Forse, per una volta, di dolore. E non <em>al</em> dolore.</p>
<p>Il silenzio fa il gioco sporco del disonesto. Disimpegna. L’ascolto è scomodo, impegna. Il gioco del silenzio serve. Infatti va per la maggiore. Da sempre. Per via di quella leggerezza che promette e che puntualmente mantiene. Serve, sì. Torna utile. Scrolla da sé ogni ombra d’angoscia.  Dando libera sazietà a quella fame di quieto vivere che trova nell’ipocrisia la sua pietanza d’elezione. Che la paura condisce a dovere.</p>
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		<title>Di padre in Trota</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 11:17:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Busi fanno così poco tendenza di questi tempi negli ecosistemi Rai. Meglio epurarli. Busi fastidiosi, fuori! Dallo scrittore Aldo, alla giornalista Maria Luisa. Che resti Minzolini della corte dei vespasiani, sior Bruno incluso. Vespasiani e variamente devoti della Santa Romana Chiesa. Per Sant’oro la regola nomen omen non vale. Il suo abito non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I Busi fanno così poco tendenza di questi tempi negli ecosistemi Rai. Meglio epurarli. Busi fastidiosi, fuori! Dallo scrittore Aldo, alla giornalista Maria Luisa. Che resti Minzolini della corte dei vespasiani, sior Bruno incluso. Vespasiani e variamente devoti della Santa Romana Chiesa. Per Sant’oro la regola <em>nomen omen</em> non vale. Il suo abito non è abbastanza talare e i suoi colori non sono in tono con le pareti del Palazzo di via Mazzini. Questo nonostante di oro, oltre che intascarne, ne distribuisca in abbondanza. Niente da fare, l’eminenza grigia al potere non dimentica, dall’editto bulgaro in poi epurato fu ed epurato è rimasto. E’ tornato in Rai, sì, ma passando per un’aula di tribunale. Nel frattempo, mentre lui è lì a fare il suo mestiere (che la Rai, nella sua veste istituzionale, pubblica e democratica, si sa, conferisce spazio a tutte le voci, allineate e contrarie) il suo datore di lavoro non ci sta a non ricordarglielo e così deposita l’ennesimo e ultimo ricorso in Cassazione. Non si sa mai.</p>
<p>A Cannes, l’unico film italiano in concorso si fa onore e restituisce dignità ad un cinema nostrano appesantito e autoreferenziale, premiando Elio Germano come miglior attore (per dovere di cronaca, insieme a Javier Bardem) per il suo ruolo in &#8220;La Nostra Vita&#8221; di Daniele Luchetti. Nel suo discorso di rito, Germano, decide di approfittare del podio e della visibilità che gli conferisce, per aggiungere ai ringraziamenti  ufficiali una dedica sui generis, piuttosto apprezzata dalla platea francese: “agli italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore nonostante la relativa classe dirigente”.  Che tenerezza, ‘sto ragazzo qua. Che per dire la sua s’è dovuto guadagnare uno spazio in terra straniera. Come si fa in Iran, se fai in tempo, se non ti incarcerano prima. Qui d’altronde come avrebbe potuto se non ci è riuscito neppure il buon Vincenzo Mollica che pure la sua parte l’ha confezionata con rigore presentando il suo servizio al tg1da Cannes citando senza remore “il momento polemico nei confronti del governo italiano”. Peccato che nel mandarlo, il servizio che immortalava il pensiero di Germano, qualcosa “tecnicamente” si è inceppato e il povero attore è rimasto senza parole. Salvo poi ritrovarsele restituite dal giornalista di turno impagliato davanti al gobbo, che, preso da un rigurgito sessantottino, si è prodigato in una perfomance di rilievo, leggendo su un foglio, sbrigativamente, le parole disperse. Mancate. Le parole venute a mancare. Nel servizio. E anche al Mollica rimasto sgomento, per un momento, appena dopo la stilettata afona. Da ridere.</p>
<p>Amaramente.</p>
<p>I potenti mezzi della Rete, in quanto a creatività, non smettono di sorprenderci. Al Tg1, poi, sono diventati dei veri portenti, quando non storpiano la notizia la annebbiano, ci gettano su una tempesta di onde positroniche distruttive e deformanti, così che il risultato restituisca un senso alla professionalità di chi la produce. E un po’ anche a quella di chi la paga (il contribuente).</p>
<p>Ma ce n’è per tutti, mica solo al Tg1 la competenza oscurantista vola così alto, a RaiNews24, canale digitale e satellitare, è andata anche meglio, si è vista depennare dalla circolazione tout court. Senza preavvisi, né ai telespettatori né tantomeno a chi, RaiNews24 la fa, ossia ai suoi dipendenti.  Salvo, ancora una volta, ricomparire, in maniera ad oggi ancora indefinita, altrettanto improvvisamente, ma senza scuse né spiegazioni dall’alto o da chi di dovere (a parte un’allusione a inusitate faccende &#8216;tecniche&#8217; di non altrimenti riscontrabile complicatissima gestione, come è normale in un’era come questa, così deficitaria e vaga, sul piano tecnologico).</p>
<p>Insomma, il capo è il capo, non dà spiegazioni. È così in tutti i regimi antidemocratici a gestione centralizzata, che non lo sapete? Incompetenti!</p>
<p>In ogni caso. Io li capisco, quelli della Rai. Tutta quella massa di gente ospitata nell’ennesima casa della libertà di Silvio Berlusconi! Si può non capirla? Si può non omaggiarla la libertà di Silvio Berlusconi in casa sua? Un uomo non si può mettere in libertà neanche in casa sua adesso?</p>
<p>Comunque, il più è fatto, e siamo appena a metà mandato. Le ultime voci che denunciano le illegalità, per legge, andranno a spegnersi. Forse non finiscono in galera né attori né registi, come avviene in un paese repubblicano di stampo illiberale come l’Iran, ricordato anche a Cannes per via dell’arresto locale del cineasta Panahi, (cui, in suo onore, è stata riservata una poltrona vuota nominativa) ma giornalisti sì, se, a breve, non si piegheranno alle nuove codificazioni di procedura di stampa. Ma anche in questo caso non ci sarà di che preoccuparsi, se le patrie galere vi sembrano intasate non dubitate, un modo per fare spazio si trova sempre, basterà emendare qualche altro impeto anticorruttivo a favore di perseguitati dalle toghe rosse ancora indegnamente in cella (mafiosi, camorristi, imprenditori corruttori, politici corrotti, faccendieri di nuova e vecchia leva criminale) e il gioco sarà fatto. È proprio vero, questo paese va ripulito, epurato dal marcio. E all’uopo occorre ideare, creare, maturare e diffondere una nuova definizione di criminalità, una nuova idea di legalità. E di illegalità. Una nuova cultura. Del possibile. E del non-possibile. Hanno ragione <em>loro</em>, la Costituzione Italiana va riformata. È così obsoleta. Bisognerà tornare a metterci mano affinché certe leggi non rischino di suonare anti-costituzionali.</p>
<p>Per inciso. Se, per esempio, la metodica nepotistica o clientelare vi sembra un insulto alla legalità smettete di scandalizzarvi. Il caso del figliol prodigo di Umberto Bossi è esemplare. Uno dei tanti, ma esemplare. Ci ricorda che non occorre neppure scomodare il parlamento per certe riforme. È sufficiente ripetere l’esame di Stato anche solo tre volte e da una classe scolastica si passa direttamente a quella dirigenziale. D’un fiato. Senza neanche passare dal via. Così che al diritto di nascita si aggiunga quello del merito, come è buono e giusto, nelle nostre pubbliche piazze. Viva la libertà.</p>
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		<title>&#8220;Le radici profonde non gelano mai&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 09:48:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel paese di bengodi dove si capitalizza la vita dell’uomo, specie se categoria debole non protetta (vi appartengono variamente disoccupati di nuova e vecchia ora, diversamente abili abilmente diversificati &#8211; quelli veri -, emarginabili alfabetizzati con lode e dis-alfabetizzati  sine laude, immigrati ed emigranti di disparata taratura), nel paese dei sempre in auge cafoni facoltosi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel paese di bengodi dove si capitalizza la vita dell’uomo, specie se categoria debole non protetta (vi appartengono variamente disoccupati di nuova e vecchia ora, diversamente abili abilmente diversificati &#8211; quelli veri -, emarginabili alfabetizzati con lode e dis-alfabetizzati  sine laude, immigrati ed emigranti di disparata taratura), nel paese dei sempre in auge cafoni facoltosi, che navigano rigorosamente in solitaria dentro enormi SUV (Veicoli Utilitari Sportivi) e che ancora ostentano cellulari (oibò, smart-phone) di ultima generazione come simboli di status dal muffoso retrogusto anni novanta, nel paese dei ciarlatani interessati, che chiamano democrazia la mercificazione di uno Stato farneticante, impastato e svigorito dalle logiche di potere, e, proprio per questo, svenduto al signorotto del paese che svetta, insieme ai suoi miliardi, l&#8217;ignoranza caprina come un trofeo nel quale non c’è italiano medio che tacendo o inneggiando non voglia riconoscersi, nel paese dei morti viventi scampati al destino toccato alla Grecia (o a chi per lei) grazie ad una più  prestante politica affaristica quanto mai  disinvolta e sfacciata che ha smesso perfino di far segreto delle decennali abitudini votive verso un sistema criminale che lo sponsorizza e nutre (la chiamiamo malavita organizzata, questa  malavita sorprendentemente organizzata per essere in un Paese dove la disorganizzazione pare imperante. Forse perchè per organizzazione, quella sostanziale, quella che mantiene in piedi la baracca mentre tutt&#8217;attorno impazza la mareggiata, da noi si intende qualcosa che tesse le fila in pseudo-clandestinità, mentre fuori, all&#8217;aria aperta di quelli che la respirano a bocca-aperta, basta un coriandolo per fare carnevale e una mitragliata al giorno per fare folclore.  Non per tenere in scacco un popolo, ma per fare folclore. Diventa chiaro che in un paese siffatto non è propriamente un cancro pervasivo e coriaceo da estirpare, una certa forma di organizzazione. E&#8217; più una panacea, una specie di cassa di mutuo soccorso, qualcosa che lavora in sinergia col resto, che si spende, e spende, per far fruttare la fatica dell&#8217;uomo in investimenti e profitti. L&#8217;organizzazione malavitosa rappresenta, da noi, quel surrogato dello Stato che lo Stato difende, essendo l&#8217;uno il referente dell&#8217;altro in affari. Una vicinanza che crea confusione. Di confini. E poi serve, rende, non solo sul piano generale della gestione delle cose &#8211; pubbliche e private &#8211; ma anche su quello estetico e del ritorno di immagine, aggiungendo una nota di colore, import-export, a quella creatività tutta italiana che all&#8217;estero ci invidiano tanto &#8211; fiumi di pellicole di pregio, specie oltreoceano &#8211; perchè da noi il malavitoso organizzato è un cult, un fenomeno sociale alternativo e gagliardo che sfida il tempo e conquista, per via di quel &#8220;certo non so che&#8221; che lo contraddistingue, che lo salva dalla massa: codici d&#8217;onore, linguaggi peculiari carichi di fascino retrivo, culture localizzate liberamente ispirate ad una poetica dell&#8217;inganno sedimentata nei decenni.  La sua forza è forse proprio lì, in quelle sue localizzazioni, così straordinariamente narrative e tipiche e topiche ed epiche, in quel suo definirsi un&#8217;identità storica zonale ai limiti del rionale; anche così si caratterizza un territorio. Attraverso un&#8217;auto-colonizzazione che è di matrice culturale, non solo economica. Il Sud del Paese si è spartito i casati per regione, la Mafia in Sicilia, la ‘Ndrangheta  in Calabria, la Camorra in Campania e la Sacra Corona Unita in Puglia, ognuna con il proprio statuto normativo, il santino di turno e la fede di rito, da coltivare con cura e all&#8217;occasione riverire. Si è spartito i casati, e si è spartito <em>per </em>casati. Per poi estendersi ovunque. Neanche infliltrandosi perchè per infiltrarsi c&#8217;è bisogno di nascondersi. E ormai non serve più. Le identità vanno sovradeterminandosi, sempre di più. Per sfuggire ogni definizione che possa risultare penalizzante), nel paese del parlamento fantoccio, nel quale non c’è onorevole capace di mandare a memoria un solo articolo della Costituzione e che non abbia almeno una questione in sospeso con la legge, nel paese dove la magistratura quando lavora va oltraggiata o più semplicemente osteggiata attraverso un uso padronale del potere legislativo, essendo notoriamente inammissibile quella sua proverbiale quanto noiosia disposizione verso l&#8217;imparzialità, nel paese della logica democratica sputata in uno stagno, dove alla voce maggioritaria non si oppone il necessario controcanto (manca l’argine <em>opposto</em> del fiume che quindi straripa in un clima di spassosa, goduriosa condivisione) e dove dopo anni di inutili esortazioni D’Alema dice finalmente <em>qualcosa di sinistra</em> in un noto talk-show televisivo difendendo chi se non se stesso (“Io, per la casa, pagavo l’equo-canone, ‘nso’ mica Scajola, io”) mandando molto proletariamente a farsi fottere un condirettore di giornale che esibisce senza remore il suo uso criminoso del giornalismo, nel paese dei ministri “capaci” di comprarsi casa nel cuore della Roma storica allo stesso costo al metro quadro di una cantina sita nella ridente periferia di Capracotta, con la compliance gratuita e accidentale di un faccendiere ripetutamente indagato per tangenti, riciclaggio ed altri atti di pubblica servilità, e in quello dei deputati, dei ministri e degli incaricati pubblici di diverso grado, dediti a pratiche d’ogni festosa altra macchiettistica e marchettistica regalità, tra le quali campeggiano frizioni e trattamenti terapeutici di natura variamente orgiastica (se andate in uno dei centri estetici sovvenzionati dallo Stato portatevi i preservativi, il pacchetto full-service è particolarmente ricco, dicono) con fattura regolarmente emessa e corrisposta dal non-utilizzatore-finale, il contribuente, in questo miserrimo paese, appunto, più ancora della cuccagna che di bengodi, dove però chi finisce in galera non solo c’è ancora ma, se il suo nome è di scarsa risonanza rischia, insieme al pestaggio di Stato, la vita, vuoi direttamente vuoi indirettamente, attraverso l’induzione al suicidio, proprio in questo paese qua, che è lo stesso dove a mia volta mi sforzo di vivere in contumacia, io, a scanso di equivoci, ci tengo a dirlo chiaro e tondo che se qualcuno tra quanti conosco e mi conosce avesse intenzione di comprare <em>a mia insaputa</em> un qualsiasi immobile (vista mare o centro storico non importa) per poi intestarmelo senza neanche farmi una telefonata che si ravveda, gentilmente, che io alla presidenza della mia associazione “Uniti Contro la Proliferazione Indebita del Gioco Yoyo” non ho intenzione di rinunciare!</p>
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		<title>Il senso dell&#8217;altalena</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 10:27:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una vita fa. Infatti i ricordi sfumano. C’era del giallo striato sui petali del suo giardino di plastica. E del rosso incendiato su altri. Cercava i colori. Ovunque, anche dove non c’erano. Ma era dentro una farsa. Il passo era destinato a farsi lento, il buio lo rosicchiava. Di nascosto. Un buio antico, derivato temporale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una vita fa. Infatti i ricordi sfumano. C’era del giallo striato sui petali del suo giardino di plastica. E del rosso incendiato su altri.</p>
<p>Cercava i colori. Ovunque, anche dove non c’erano. Ma era dentro una farsa. Il passo era destinato a farsi lento, il buio lo rosicchiava. Di nascosto. Un buio antico, derivato temporale, eredità scomposta, divoratore di vermiglio venoso, e poi, d’altri colori. Legnoso, come un sorriso sospeso, rancoroso, come la spiaggia erosa dal sale.  Un buio che già c’era, ancora prima di qualsiasi  presagio. Fin dall’inizio, era lì, appostato, l’avvoltoio. C’era e ci sarebbe stato. Ovunque, in ogni modo, lo avrebbe ritrovato.</p>
<p>Ogni suo incedere descrive un’intonazione, una specie di ritmo, come è naturale. Il suo andamento è disarticolato e grave, eppure a suo modo regolare. È un gesto quello che fonda il suo respiro, non un battito incondizionato, è un atto volontario, voluto, ispirato. Ha il compito di rimandare al senso in-compiuto di una vita intera. È un gesto questo andare e venire d’aria che istiga alla vita, e, come tutti quelli che le appartengono, procede a strattoni, ora breve e diffidente, ora capace e generoso.</p>
<p>L’impazienza del suono che ne deriva, ogni volta acerbo e mai maturo, segna il passo. Di un sincero sgattaiolare tra speranze mute e continui recuperi. Il canto è lo stesso di un’altalena, il suo senso è il senso dell’altalena. Suo è il principio che governa ogni cosa. Il moto pendolare, il dondolio, l’oscillazione tra due estremi che non soddisfano mai l’istinto del cerchio. Ogni pasto è largo quanto un fiammifero o un tronco di sequoia. L’acqua giù per la gola è un filo appeso ad un ago o un’onda straripante e burrascosa. Nessuna via di mezzo, mai, l’altalena quando si ferma resta vuota. Perde la sua ragion d’essere.</p>
<p>In certe vite va così, come su un’altalena. All’inizio qualcuno ti spinge, poi impari e fai da te.</p>
<p>La ricerca è un vanto, quando non somiglia ad una necessità. Soprattutto se ha  come oggetto una chimera. Può perdersi nel labirinto di linee che forma una mano. Perché è senza fissa dimora, non si fonda su nessi ordinari, inarca le spalle credendole ali, e così scivola via. Allo stesso modo il pensiero, ogni pensiero, segue l’equivalente ipotesi di fondo, striscia furtivo dietro certi composti neuronali o li invade con protervia, maltrattandoli. Nessuna via di mezzo. Mai.</p>
<p>Cercava i colori, è tipico degli uomini. Ma la notte ha un tepore d’ombre confortante, ingannevole quanto basta. Che schiaffeggia e confonde, imbroglia e rianima quando non tramortisce.  Ogni verità racchiude un ardore mimetico, come ogni tesi comprende la sua antitesi.</p>
<p>In certe vite va così, come su un’altalena. All’inizio qualcuno ti spinge, poi impari e fai da te.</p>
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		<title>Omicidio di Stato</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 10:48:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[La pena di morte non compendiata nell’Ordinamento Giudiziario Italiano è in realtà perfettamente operativa sul territorio. A differenza dei Paesi che l’applicano passando, appunto, per un Palazzo di Giustizia, da noi viene eseguita sommariamente, senza inutili orpelli e cerimoniali, nomine di avvocati, contestazioni di capi d’accusa, formalità processuali e altre afosità burocratiche. Siamo o non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La pena di morte non compendiata nell’Ordinamento Giudiziario Italiano è in realtà perfettamente operativa sul territorio. A differenza dei Paesi che l’applicano passando, appunto, per un Palazzo di Giustizia, da noi viene eseguita sommariamente, senza inutili orpelli e cerimoniali, nomine di avvocati, contestazioni di capi d’accusa, formalità processuali e altre afosità burocratiche.</p>
<p>Siamo o non siamo nel Paese del Ministero della Semplificazione Normativa e Legislativa (un ministero Taglia-Leggi, che le taglia bruciandole, che ne fa falò, le mette al rogo, “arrogandosele”)? Un Ministero, detto per inciso, che già solo a istituirlo richiede un certo quantitativo di disposizioni sia normative che legislative, dunque burocratiche.  Ma  in fondo chi non ne sentiva il bisogno,  andiamo. Di vederselo lì, comodamente comandato, l’ennesimo ministero comodo, concesso in comodato d’uso a taluni comodatari per il tempo necessario ad accomodare questioni di comodo proprio a scapito dei comodi di qualcun altro.</p>
<p>Ma torniamo alla questione: la pena capitale. L’aspetto più interessante legato agli applicativi di questa condanna in base all’informale iter nazionale, e che ancora una volta definisce uno scarto tra in Nostro e altri Paesi nei quali la suddetta è operativa formalmente, sta nella peculiarità dei beneficiari (si fa per dire) ai quali si richiede rigorosamente di aver commesso reati (chiaramente presunti, non accertati giuridicamente) punibili con pene che vadano dal pagamento di una ammenda fino ad un massimo di tre anni di detenzione. In caso di contestazione di reati gravi e gravissimi si attiva automaticamente il percorso canonico giudiziario che, come si sa, prevede come pena massima l’ergastolo (che ha una verosimiglianza di applicazione relativa a un caso su circa un milione). Per i reati minori dunque, l&#8217;eventuale condanna a morte può essere eseguita direttamente <strong>sul posto</strong> ove ha luogo l’intervento delle Forze dell’Ordine (l’organo primariamente deputato all’esecuzione della condanna contestualmente comminata), per ovviare, per esempio, laddove è auspicabile, a talune tediose gravosità legate all’esecuzione di un arresto (Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Carlo Giuliani), <strong>in un qualsiasi commissariato di polizia e/o caserma dei carabinieri </strong>disposti sul territorio nazionale (Stefano Cucchi, Giuseppe Uva), oppure ancora <strong>nella cella di un carcere</strong>, una volta ratificato l’oneroso arresto o, e non è raro, negli <strong>appositi</strong> <strong>reparti destinati ai detenuti all’interno degli ospedali</strong> (Aldo Bianzino, Giuseppe Saladino, Manuel Eliantonio, Marcello Lonzi, Niki Aprile Gatti). È infatti buona norma, prima che il decesso possa essere confermato da chi di dovere, che gli esecutori materiali della pena, che sono anche, oltre che i mandanti di se stessi, l’organo, come abbiamo visto,  autonomamente predisposto all&#8217;inflizione della condanna, richiedano  l’intervento dell’Istituto Sanitario, oltre che per una questione di buon senso anche nella speranza che ciò faciliti una certa apertura nella distribuzione dei meriti relativi all’operato (vedi caso Cucchi).</p>
<p>Post Scriptum. I nomi citati sono quelli balzati agli onori delle cronache. Gocce in un mare di silenzio, qualche volta omertoso, dunque colpevole, qualche volta necessario, dunque assolvibile, laddove il sommerso, qui come fenomeno, resta a carico di chi per debolezza, ignavia, disappetenza umana, culturale e sociale avrebbe da denunciare ciò che tralascia e che abbandona alla dimenticanza. Questi nomi valgano per tutti.</p>
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		<title>L&#8217;insostenibile pesantezza dell&#8217;essere</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 15:01:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Io se fossi Dio di Gaber &#8211; Luporini Io se fossi Dio e io potrei anche esserlo sennò non vedo chi. Io se fossi Dio non mi farei fregare dai modi furbetti della gente non sarei mica un dilettante sarei sempre presente. Sarei davvero in ogni luogo a spiare o meglio ancora a criticare appunto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><span style="color: #ff9900"><strong>Io se fossi Dio</strong></span></h4>
<p>di Gaber &#8211; Luporini</p>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
e io potrei anche esserlo<br />
sennò non vedo chi.<br />
Io se fossi Dio<br />
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente<br />
non sarei mica un dilettante<br />
sarei sempre presente.<br />
Sarei davvero in ogni luogo a spiare<br />
o meglio ancora a criticare<br />
appunto cosa fa la gente.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Per esempio il piccolo borghese<br />
com’è noioso<br />
non commette mai peccati grossi<br />
non è mai intensamente peccaminoso.<br />
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino<br />
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sweda<br />
lui pensa che l’errore piccolino<br />
non lo conti o non lo veda.<br />
Per questo<br />
io se fossi Dio<br />
preferirei il secolo passato<br />
se fossi Dio<br />
rimpiangerei il furore antico<br />
dove si odiava e poi si amava<br />
e si ammazzava il nemico.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Ma io non sono ancora<br />
nel regno dei cieli<br />
sono troppo invischiato<br />
nei vostri sfaceli.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
non sarei così coglione<br />
a credere solo ai palpiti del cuore<br />
o solo agli alambicchi della ragione.<br />
Io se fossi Dio<br />
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato<br />
come dovreste essere voi.<br />
Io se fossi Dio<br />
non sarei mica stato a risparmiare<br />
avrei fatto un uomo migliore.<br />
Sì, vabbe’, lo ammetto<br />
non mi è venuto tanto bene<br />
ed è per questo, per predicare il giusto<br />
che io ogni tanto mando giù qualcuno<br />
ma poi alla gente piace interpretare<br />
e fa ancora più casino.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
non avrei fatto gli errori di mio figlio<br />
e sull’amore e sulla carità<br />
mi sarei spiegato un po’ meglio.<br />
Infatti non è mica normale che un comune mortale<br />
per le cazzate tipo compassione e fame in India<br />
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna<br />
che viene da dire<br />
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”<br />
Io se fossi Dio<br />
non sarei ridotto come voi<br />
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.<br />
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente<br />
non capita sempre<br />
e anche l’avventuriero più spinto<br />
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
farei quello che voglio<br />
non sarei certo permissivo<br />
bastonerei mio figlio<br />
sarei severo e giusto<br />
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto<br />
e se potessi<br />
anche gli africanisti e l’Asia<br />
e poi gli americani e i russi<br />
bastonerei la militanza come la misticanza<br />
e prenderei a schiaffi<br />
i volteriani, i ladri<br />
gli stupidi e i bigotti<br />
perché Dio è violento!<br />
E gli schiaffi di Dio<br />
appiccicano al muro tutti.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Ma io non sono ancora<br />
nel regno dei cieli<br />
sono troppo invischiato<br />
nei vostri sfaceli.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Finora abbiamo scherzato.<br />
Ma va a finire che uno<br />
prima o poi ci piglia gusto<br />
e con la scusa di Dio tira fuori<br />
tutto quello che gli sembra giusto.<br />
E a te ragazza<br />
che mi dici che non è vero<br />
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione<br />
che quell’uomo è proprio un delinquente<br />
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia<br />
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.<br />
Io come Dio inventato<br />
come Dio fittizio<br />
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:<br />
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.<br />
Così per i giornali diventa<br />
un bravo padre di famiglia.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
maledirei davvero i giornalisti<br />
e specialmente tutti<br />
che certamente non sono brave persone<br />
e dove cogli, cogli sempre bene.<br />
Compagni giornalisti avete troppa sete<br />
e non sapete approfittare delle libertà che avete<br />
avete ancora la libertà di pensare<br />
ma quello non lo fate<br />
e in cambio pretendete la libertà di scrivere<br />
e di fotografare.<br />
Immagini geniali e interessanti<br />
di presidenti solidali e di mamme piangenti.<br />
E in questa Italia piena di sgomento<br />
come siete coraggiosi, voi che vi buttate<br />
senza tremare un momento.<br />
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti<br />
e si direbbe proprio compiaciuti.<br />
Voi vi buttate sul disastro umano<br />
col gusto della lacrima in primo piano.<br />
Sì, vabbe’, lo ammetto<br />
la scomparsa dei fogli e della stampa<br />
sarebbe forse una follia<br />
ma io se fossi Dio<br />
di fronte a tanta deficienza<br />
non avrei certo la superstizione della democrazia.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Ma io non sono ancora<br />
del regno dei cieli<br />
sono troppo invischiato<br />
nei vostri sfaceli.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente<br />
nel regno dei cieli non vorrei ministri<br />
né gente di partito tra le palle<br />
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.<br />
E tutti quelli che fanno questo gioco<br />
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso<br />
come la lebbra e il tifo<br />
e tutti quelli che fanno questo gioco<br />
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo<br />
che sian untuosi democristiani<br />
o grigi compagni del Pci.<br />
Son nati proprio brutti<br />
o perlomeno tutti finiscono così.<br />
Io se fossi Dio<br />
dall’alto del mio trono<br />
vedrei che la politica è un mestiere come un altro<br />
e vorrei dire, mi pare Platone<br />
che il politico è sempre meno filosofo<br />
e sempre più coglione.<br />
È un uomo a tutto tondo<br />
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo<br />
che scivola sulle parole<br />
anche quando non sembra o non lo vuole.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Compagno radicale<br />
la parola compagno non so chi te l’ha data<br />
ma in fondo ti sta bene<br />
tanto ormai è squalificata<br />
compagno radicale<br />
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino<br />
ti muovi proprio bene in questo gran casino<br />
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio<br />
dall’altra si riempiono le galere<br />
di gente che non c’entra un cazzo.<br />
Compagno radicale<br />
tu occupati pure di diritti civili<br />
e di idiozia che fa democrazia<br />
e preparaci pure un altro referendum<br />
questa volta per sapere<br />
dov’è che i cani devono pisciare.<br />
Compagni socialisti<br />
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi<br />
compagni socialisti<br />
con le vostre spensierate alleanze<br />
di destra, di sinistra, di centro<br />
coi vostri uomini aggiornati<br />
nuovi di fuori e vecchi di dentro<br />
compagni socialisti, fatevi avanti<br />
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti<br />
fatevi avanti col mito del progresso<br />
e con la vostra schifosa ambiguità<br />
ringraziate la dilagante imbecillità.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Ma io non sono ancora<br />
nel regno dei cieli<br />
sono troppo invischiato<br />
nei vostri sfaceli.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
non avrei proprio più pazienza<br />
inventerei di nuovo una morale<br />
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.<br />
Voi mi direte: perché è così parziale<br />
il mio personalissimo Giudizio universale?<br />
Perché non suonano le mie trombe<br />
per gli attentati, i rapimenti<br />
i giovani drogati e per le bombe.<br />
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.<br />
Io come Dio, non è che non ne ho voglia<br />
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili<br />
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili<br />
ma come uomo come sono e fui<br />
ho parlato di noi, comuni mortali<br />
quegli altri non li capisco<br />
mi spavento, non mi sembrano uguali.<br />
Di loro posso dire solamente<br />
che dalle masse sono riusciti ad ottenere<br />
lo stupido pietismo per il carabiniere<br />
di loro posso dire solamente<br />
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.<br />
Io come uomo posso dire solo ciò che sento<br />
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.<br />
Però se fossi Dio<br />
sarei anche invulnerabile e perfetto<br />
allora non avrei paura affatto<br />
così potrei gridare, e griderei senza ritegno<br />
che è una porcheria<br />
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.<br />
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:<br />
di noi posso parlare perché so chi siamo<br />
e forse facciamo più schifo che spavento<br />
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.<br />
Ma io se fossi Dio<br />
non mi farei fregare da questo sgomento<br />
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio<br />
perché a Dio i martiri<br />
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.<br />
E se al mio Dio che ancora si accalora<br />
gli fa rabbia chi spara<br />
gli fa anche rabbia il fatto che un politicante qualunque<br />
se gli ha sparato un brigatista<br />
diventa l’unico statista.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Io se fossi Dio<br />
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio<br />
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire<br />
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana<br />
è il responsabile maggiore<br />
di vent’anni di cancrena italiana.<br />
Io se fossi Dio<br />
un Dio incosciente, enormemente saggio<br />
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera<br />
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora<br />
quella faccia che era.</span></address>
<address><span style="color: #800000">Ma in fondo tutto questo è stupido<br />
perché logicamente<br />
io se fossi Dio<br />
la Terra la vedrei piuttosto da lontano<br />
e forse non ce la farei ad accalorarmi<br />
in questo scontro quotidiano.<br />
Io se fossi Dio<br />
non mi interesserei di odio e di vendetta<br />
e neanche di perdono<br />
perché la lontananza è l’unica vendetta<br />
è l’unico perdono.</span></address>
<address><span style="color: #800000">E allora<br />
va a finire che se fossi Dio<br />
io mi ritirerei in campagna<br />
come ho fatto io.</span></address>
<address><span style="color: #800000"> </span></address>
<address><span style="color: #800000"><br />
</span></address>
<address> </address>
<address> </address>
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<p>[C'é un video che non può essere mostrato in questo feed.<a href="http://sonya.blog.tiscali.it/2010/03/22/linsostenibile-pesantezza-dellessere/">Visita la pagina dell'articolo per poter vedere il video.]</a></p>
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<p>Forse uno dei testi più duri del patrimonio gaberiano. Tuttavia. Duri sono i tempi, questi, come quelli sì finemente omaggiati. Una manciata d’anni e quel che cambia resta negli interstizi, la forma è mutevole, non mutata, allude non è, lasciando così inalterata buona parte della sostanza. Nomi e cognomi, riferimenti storici, sigle di partito, farebbero pensare ad uno scenario altro, datato. E’ una falsa impressione. È sufficiente sovrapporvi nomi e cognomi, riferimenti storici, sigle di partito di pseudo-fresco conio, materiale socio-politico contemporaneo insomma, e il più è fatto.</p>
<p>La rabbia che diede voce all’invettiva si può ancora cantarla. Volendo. Denunciarla con un filo di accompagnamento musicale, senza per questo sdrammatizzarla.</p>
<p>La rabbia che diede voce all’invettiva è la stessa di sempre. Con una differenza, forse, oggi l’invettiva è sparita, è rimasta la rabbia. Sguarnita. Disorientata. Un’emozione che non si confeziona in un grido ascoltabile, che non si cala in nessuna estetica comunicativa, in nessuna inquietudine, in nessuna vitalità critica. Un’emozione a buon mercato, senza radici. Infatti non esplode più nelle piazze, nelle manifestazioni di massa, ma implode nelle case, nei silenzi di chi ha smarrito il senso insieme alla parola. Le manifestazioni si sono fatte di nicchia. La massa resta silente, falsamente al sicuro, al di qua del muro. Istericamente dondolante tra la rassegnazione e lo scatto d’ira, sferzate massimaliste, figlie di un sovraccarico, di un rabbioso alitare che non si fa mai incazzatura vera e propria, solida e ben strutturata.  La rabbia si immola soffocandosi, in un vano sacrificio dalle sfumature “psicosomatiche”  su cui è il silenzio, l’impronta della resa, a farla da padrone. Il silenzio, o al massimo un pallido e disordinato rumoreggiare.</p>
<p>La massa resta silente, falsamente al sicuro, al di qua del muro. Nei focolari sempre più sgangherati e smaniosi, stretti dentro quello che pare un ricatto, perfino antico, ma che è più facilmente una minaccia, un atto intimidatorio che procede dal macro al micro sistema (dal Governo-Moltitudine all’Individuo-Solitudine, laddove Moltitudine è lo strumento demagogico che maschera il piglio oligarchico, e la Solitudine l’espediente necessario che scorpora le masse) e che ordina, con un tono che non lascia spazio ad equivoci: “la borsa o la vita”.</p>
<p>E qui è la follia. La borsa se la sono già portata via. E la vita pure. Cosa si resta a difendere irretiti dalla paura sulla porta di casa? Una parvenza, un’illusione di esistenza? La speranza di qualcosa, l’attesa del risarcimento?</p>
<p>Indugiare nell’esistenza avanzata dall’in-s<em>u</em>pportabilità dell’essere. Siamo a questo.</p>
<p>E siamo questo. Degli illusi, parificati. Da che è andata dispersa, con la borsa e la vita, l’etica del sognatore è sopravvissuta quella dell’illuso. E si sa, l’illusione “ragiona” per difetto, a differenza del sogno.</p>
<p>Infine, borsa e vita, avere ed essere (in quest’ordine) come scinderli? Se pure si potesse sognarli fino a praticarli si potrebbe mai scegliere, decidere di quale sbrogliarsi senza sentirsi scivolare verso un vuoto paradossale? Che immobilizza e sgomenta poiché la sensazione è realmente quella di una scelta <em>impossibile</em>.  Se si considera che <em>la</em> borsa e <em>la</em> vita e non <em>una</em> borsa e <em>una</em> vita, non sono dicibili se non vincolati. E allora è forse qui, la vera follia o il nucleo del suo generarsi. Qui, la paura che ci irretisce sull’uscio. Che “immobilizza e sgomenta”, congelandoci in una sfida insostenibile.</p>
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		<title>Libertà di informazione (oltre confine/o)</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 17:28:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti vari]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Il punto di vista del mondo, qui europeo forse solo per caso, sulle vicende politiche del Belpaese si esemplifica anche così, attraverso un’immagine. Particolarmente allegorica, nello specifico, trattandosi della raffigurazione di una cartapesta carnevalesca, un carro che rappresenta Silvio Berlusconi con un mafioso durante la tradizionale parata del carnevale Rose Monday a Duesseldorf, in Germania. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-83       alignnone" src="http://sonya.blog2.tiscali.it/files/2010/02/berlusconi.jpg" alt="BERLU-CARNEVALE  Un carro di carnevale che rappresenta Silvio Berlusconi con un mafioso durante il tradizionale parata di carnevale Rose Monday a Duesseldorf in Germania." width="940" height="360" /></p>
<p>Il punto di vista del mondo, qui europeo forse solo per caso, sulle vicende politiche del Belpaese si esemplifica anche così, attraverso un’immagine. Particolarmente allegorica, nello specifico, trattandosi della raffigurazione di una cartapesta carnevalesca, un carro che rappresenta Silvio Berlusconi con un mafioso durante la tradizionale parata del carnevale Rose Monday a Duesseldorf, in Germania. Un esempio di satira dall&#8217;estero, possibile.</p>
<p>C&#8217;è da notare che ha poco di inglese, l&#8217;umorismo tedesco (è meno serafico e più essenziale). E anche di italiano, ha poco. Cosa, quest&#8217;ultima, agevolata dal fatto che quello, l’umorismo (vero o presunto, satirico o dileggiante), in Italia, s’è dato. Ossia langue. E’ malvisto, circola poco. Forse perché l’umorismo, e in specie quello pungente che gioca sull’ironia, è onesto, e, per sua natura, si produce al servizio del fatto, non dell’opinione. Questa è anche una delle ragioni per cui il suo grado di diffusione è da sempre indicatore del potenziale democratico di un sistema.</p>
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		<title>A proposito di Berlusconi Silvio&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 23:42:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonya</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni atto di violenza esprime il fallimento della ragione. La sconfitta delle idee. Della forza delle parole.Deteriora l&#8217;umanit&#224;. La umilia. La invalida.Nessuna idea merita di essere combattuta con la violenza. Ogni violenza va combattuta con le idee. Condividi su Facebook.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni atto di violenza esprime il fallimento della ragione. </p>
<p><span id="more-5"></span>
<p>La sconfitta delle idee. Della forza delle parole.<br />Deteriora l&#8217;umanit&agrave;. La umilia. La invalida.<br />Nessuna idea merita di essere combattuta con la violenza. Ogni violenza va combattuta con le idee. </p>
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